Autobus a due piani, insegne dappertutto, la gente per strada vestita come da noi, distributori ultramoderni sono solo alcune delle differenze che riviviamo passando il confine. La prima grande differenza di cui ci eravamo dimenticati, ci viene ricordata tra una dogana e l’altra da un auto che col clacson ci segnala di spostarci. Una volta usciti dal Myanmar si entra in una terra di mezzo che porta all’altra dogana ed è qui che ci si scambia di corsia senza un segnale preciso. Durante la’ultima pianificazione del viaggio uno degli interrogativi più grandi era la durata del nuovo visto passando in Thailandia via terra. Su molti blog avvertivano del cambio delle regole dopo il golpe militare con la concessione del visto per due settimane. Mancandone tre avremmo dovuto uscire dal Paese e rientrare e già ipotizzavamo una sortita in Malesia. L’impiegato mi chiede il passaporto, mi fa una foto, cerca uno spazio vuoto e ci stampa sopra il timbron con la data del 3 novembre. Siam a posto!
La strada che conduce a Chiang Rai corre per 60 km senza dislivelli ed in un susseguirsi continuo di palazzi, fabbriche e negozi. Riassaporiamo un ottimo caffè frappè in un distributore di benzina e arriviamo nel pomeriggio,dopo uno scroscio di pioggia, a Chiang Rai una cittadina con un piccolo centro storico che si può comodamente girare a piedi. La prima sistemazione che troviamo per 10 euro è una perla, tranquilla, confortevole, caffè e the quando vuoi, colazione con la frutta. Dopo tanta ruvido un po’ di morbido fa piacere.
La sera mangiamo al ristorante vegetariano ai bordi nel night bazar, il mercato serale che anima il centro dopo il calar del sole.
Al mattino facciamo colazione e ripartiamo per pedalare ancora lungo la “A1” la strada principale che taglia da nord a sud in 2 il Paese. Sempre in corsia di emergenza, il panorama non è un granchè ma la giornata è impreziosita dalla visita dopo circa 15 km del tempio bianco. Costruito negli anni novanta, ha la caratteristica come dice il nome di essere completamente bianco, e sotto il sole è davvero accecante. Alcune decorazioni sono direi abbastanza kitsch, come la scultura di una serie di braccia che escono dalla terra o alcuni teschi che starebbero bene in qualche negozio di chincaglierie più che qui. Ma nell’insieme fa la sua figura. Non si può rientrare perchè sono ancora in corso lavori di riparazione dei danni provocati da un terremoto occorso qualche anno fa.
Durante la visita sentiamo chiamare “Marghe?!?”. Ci giriamo e Marghe risponde “Linda?!”. Succedono a volte incontri casuali strani, io ne ricordo alcuni sensazionali, come un doppio incontro con un ragazzo visto 2 volte nella mia vita, la prima su una barca in Malesia e la seconda alla stazione di Bilbao. Anche questo incontro è una di quelle coincidenze divertenti che ogni tanto capitano. La pedalata ci offre anche una salita che movimenta la giornata e ci regala un clima un po’ piùfresco e qualche bella collina. Svalichiamo e arriviamo sull’altra fondovalle e ripariamo a Fang. Qui turisti decisamente pochi, ma come ogni piccolo centro ha sempre attivo il mercato ed una serie di banchetti serali che per strada offrono la possibilità di mangiare per pochi Baht. Con i soliti problemi a farsi capire riusciamo a sederci e a mangiare un riso con qualche verdura. Da bere c’è dell’acqua che ognuno si versa prendendola da un recipiente. A fianco il contenitore del ghiaccio. Il ghiaccio è un’altra delle differenze con il Myanmar in cui praticamente non viene usato. Per noi a volte si rivela strategico, almeno per riempirci la borraccia edavere acqua fresca per un’oretta.
Da Fang il giorno dopo l’idea è quella di raggiungere il bivio da cui parte la salita verso Pai. 120 Km anonimi ravvivati dal breve incontro con una coppia di cicloviaggiatori francesi che stanno viaggiando su bici reclinate (quindi stan semisdraiati) con 2 ruote davanti. Non ne avevo mai viste così. Capisco dalla ragazza che mi urla dall’altra parte della strada che sono francesi e partiti da Bangkok andranno inLaos, Cambogia, Vietnam, Australia e Nuova Zelanda in un viaggio di un anno. Finora di gente in bici ne abbiamo incontrata poca. Arriviamo a Mae Malai per pianificare la salita del giorno dopo, una roba da circa 2000 metri complessivi di dislivello su 3 salite in 110 km. Ci prepariamo un’insalata con qualche verdura comprata al mercato, assaporiamo un frutto che ha la consistenza ed il colore del rosso d’uovo cotto e con un paio di birrette andiamo a letto puntando la sveglia alle 4.50. Colazione con latte di soia e biscotti comprati il giorno prima per ottimizzare i tempi e si parte con la luce dei lampioni che ci illumina la strada. Lasciando la strada principale il traffico dovrebbe diminuire drasticamente. In circa 20 km di saliscendi continui arriviamo a contatto con la montagna ed è l’inizio della salita. Ci fermiamo per uan seconda colazione a base di frittelline e latte di soia caldo. Avendo tempo saliamo piano piano sui continui tornanti. La pendenza a volte è davvero coplicata da affrontare con le bici cariche, ma con la buona dose di pazienza e costanza ci guadagniamo ogni singolo km. Pedalare in montagna è certamente faticoso, ma la fatica è ripagata dal panorama attorno a noi, una rigogliosa foresta tropicale. La durezza del percorso sta nel fatto che ogni salita non è proprio solo salita, ma ha anche i suoi tratti di discesa che fan perdere quella quota conquistata duramente. E così a maggior ragione per la discesa che per lunghi tratti non riusciamo neppure a goderci impegnati a riprendere a pedalare in salita. Arriviamo ai piedi dell’ultima salita alle 11. Marghe ora è serena, ha capito che comunque arriveremo. Ormai cono anni che pedaliamo insieme e dentro di noi sappiamo cosa possiamo fare e quanto pedalare, ma è anche vero che gli imprevisti sono sempre in agguato. Si può rompere qualcosa nella bici oppure può venire a piovere, e a 1000 metri bagnarsi vuol dire freddo anche qui. Con grande soddisfazione arriviamo al checkpoint a 1440 metri verso le 14 e ci regaliamo un bel pranzo prima di ricacciarci in discesa verso Pai. Stavolta è discesa vera. 1000 metri di tornanti al termine dei quali ci troviamo nel solito saliscendi e cominciamo a scorgere i primi alberghi, coffee house, esposizioni artistiche. Siam finiti in uno dei luoghi turistici più frequentati del nord della Thailandia. Qui negli anni 70 iniziò il flusso di fricchettoni per la presenza principalmente di funghi allucinogeni, oppio da papavero e dei suoi derivati. Siamo in pieno triangolo d’oro ed anche oggi in città e nei villaggi si può trovare un po’ quello che si vuole. Il turismo non si è mai fermato. Attorno al 2000 un’alluvione ha quasi completamente distrutto la città che da zero è rinata questa volta piena di alberghi, resort e locali di ogni genere oltre che di modeste guesthouse. Tra queste ce ne è una che ha avuto la trovata del corso di circo che attira molti ragazzi offrendo loro una bella piscina interna, promiscuità e appunto un corso base di circo e la possibilità di provare nel pratone tutti insieme.
Prima di raggiungere Pai a Marghe salta il filo del cambio delle corone che aggiusto artigianalmente almeno per arrivare in città in cui un meccanico in 10 minuti sostituisce il filo e risolve il problema.
Ci sistemiamo in una guesthouse di proprietà del ragazzo di Nadia, un amica di Marghe, che ci farà da guida e ci riempirà di consigli durante tutta la nostra permanenza. Lavora vicino a una cascata gestendo un locale in cui si può bere, mangiare, giocare a biliardo e rilassarsi su comodi divanetti e sulle amache. Nel retro ha fatto piantare un po’ di alberi da frutto e ci mostra tutte le piante che vengono usate anche in cucina, tra cui una che più volte avevo gustato nei piatti con un buon sapore di limone. Passiamo 2 giorni spensierati a chiacchierare di progetti, sogni, realtà finchè decidiamo di proseguire prendendo l’indomani un van per non dover compiere nuovamente a ritroso la stessa strada dell’andata. Ogni volta che chiediamo se possiamo caricare le bici pare ci sia sempre una tariffa, poi arriva quello che deve caricarle e dalla faccia capisci che non bestemmia solo perchè non usa da queste parti, o forse lo immagino io. Sistemate con le borse sopra al van partiamo per unviaggio di 3 ore su tornarnti e proviamo l’emozione del viaggio in bus che ti addormenta pian piano. Tutto quello che succede fuori non esiste. A metà si ferma in un piccolo mercatino e gli occupanti del van escono a pascolare, a fare 2 foto ai banchetti e a comprare qualcosa da mangiare, nagari qualche frutto visto per la prima volta. Meno male che arriviamo velocemente a Chiang Mai. Fa caldissimo, sono le 2 e grazie al tablet siamo subito diretti verso il centro. Il centro storico della città ha una pianta quadrata ed è circondato da un corso d’acqua, quindi è molto semplice orientarsi. Scegliamo tra le tante una guesthouse economica dal nome altisonante “VIP guesthouse”, proprio a fianco di un centro massaggi di cuila città è stracolma. La città è una delle mete principali del turismo sessuale nel nord del Paese, un po’ come Phuket al sud. Coppie miste se ne vedono in quantità. Molti signori diciamo attempati sono accompagnati da giovani donzelle che nel mondo reale naturalmente mai penserebbero di stare con certi elementi. I centri massaggi in città accolgono molti turisti ma che molti locali. Ovunque vediamo gente che si fa massaggiare i piedi e che si addormenta nel mentre. Per caso ci troviamo a Chiang Mai il sabato e la domenica e neanche a immaginarlo, la città ospita Il Saturday Market ed il Sunday Market in cui si trova un po’ di tutto. Migliaia di persone camminano stipate e incredibilmente la maggior parte procede mantenendo la sinistra, quindi c’è una certa fluidità. Tra abbugliamento souvenir e cibo, ogni tanto qualche bambina in abiti tradizionali balla, oppure 4 ragazzi ciechi seduti per terra suonano i loro strumenti. C’è calca, ma alla fine della giornata un po’ di vita fa piacere. La domenica ci alziamo con l’idea di prendere la bici e di puntare al Doi Suthep, la montagna che sovrasta la città. A circa 1000 metri si trova uno dei santuari più sacri del nord del Paese. Inforchiame le bici e appena fuori dall’albergo ci accorgiamo che la pioggia caduta alla grande per un paio d’ore ha allagato la via. Guadiamo fino alla strada principale e cominciamo il nostro viaggio. Giusto una pausa per fare colazione, che qui coincide più con un pranzo e poi via verso la salita che da subito si fa pendente. E’ domenica. Ci sono diversi ciclisti che salgono e scendono. Passiamo qualche deviazione per qualche cascata e arriviamo sudando un bel po’ al monastero in cui rimaniamo per un paio d’ore fissando lanostra presenza su un telo arancione che verrà poi avvolto attorno al buddha. La discesa con tutto il suo carico di soddisfazione ci riporta in città giusto per una doccia e per il mercato domenicale ancora più grande di quello del giorno prima. Altro giro e poi a nanna. La mattina seguente è dedicata alla visita dei templi del centro storico e poi a raggiungere la stazione dei bus per prendere il mitico Chiang Mai – Phuket.. 22 ore di bus.. Una volta infilate nel bagagliaio le bici ci sediamo supercomodi sugli ampi sedili. La hostess di bordo ci fornisce subito di acqua e salviettina, poi qualche dolcetto. Ogni sedile ha come sull’aereo il proprio schermo e una scelta di film. Per farmi venire sonno mi guardo “In Bruges” e “John Carter” credo si chiami.. Il sedile praticamente permette di sdraiarsi e riesco a dormire piuttosto bene. Il bus poi si ferma un paio di volte all’autogrill e con un coupon ci dan da mangiare. Tralascio naturalmente tuttele difficoltà nello spiegare che siamo vegetariani. Solo più tardi scopriremo la formula magica capace di aprire le porte di ogni cucina.. “Kin Jeeee!!”