Bagan è davvero il luogo per cui vale la pena farsi il viaggio. Bisogna immaginare una distesa di migliaia di stupa e monasteri, piccoli e grandi, in una pianura riarsa dal sole. All’inizio fai foto ad ogni palazzo, poi ti guardi intorno e non sai dove prendere e alla fine non ci fai più caso. O almeno questa è stata la nostra esperienza. Dalla cittadina vicina i turisti visitano Bagan su biciclette ma soprattutto su scooter elettrici. Tutta la zona è possibile girarla in una giornata facendo tappa almeno nei monasteri più grandi e salendo in cima ad uno dei 2 sui quali è permesso per potersi gustare il panorama che si trova su tutte le cartoline. Per la verità più che salire ci si può letteralmente arrampicare, scalare un monumento storico per guadagnare quei 5 metri che allargano ancora un pochino l’orizzonte della visuale. Dopo aver dedicato la giornata a zonzo per antichi monasteri dobbiamo programmare come continuare la nostra esperienza birmana oltre che quella nel nord della Thailandia. Sono questi i momenti che più mi piacciono del viaggio in bicicletta. Apri la mappa, l’appoggi sul letto bella distesa e cominci a pensare, a fare calcoli e a pianificare i giorni a venire. E allora cominciano a girare mille dubbi e mille alternative possibili. Tra le tante decidiamo di saltare Mandalay che pare essere luogo esotico ed interessante solo nell’immaginario collettivo, almeno stando a quello che trovo scritto in diversi siti ed in un libro su Birmania e Buddismo che ho portato con me. Punteremo decisi verso Kalaw ed il lago Inle attraversando orizzontalmente il Paese. Come sempre ipotizziamo le tappe cercando di tararle su città abbastanza grandi sulla mappa da poter avere qualche sistemazione per turisti evitandoci problemi con la polizia e potendo eventualmente giocare la “carta monastero”.
Riprendiamo a pedalare e facciamo tappa a Pakokku giusto perchè c’è un ponte lungo diversi kilometri che permette di passare dall’altra parte dell’Irawaddy, un fiume gigantesco che attraversa buona parte del Paese. Mentre saliamo sul ponte un cartello sbiadito con l’immagine di un Buddha abbracciato da un serpente ci mette la pulce nell’orecchio. Attraversiamo il ponte che è davvero interminabile ma ci regala una vista perfetta su un fiume gigantesco che corre placido verso il mare. Spiegandoci a gesti, anche mimando un serpente con le mani veniamo aiutati dai locali e dopo molti tentativi e più di 2 ore di ricerche finalmente troviamo la strada sterrata che raggiunge un piccolo villaggio. Un ragazzo si offre di accompagnarci con lo scooter fino al tempietto in cui troviamo un pitone dormiente di 9 metri nascosto dietro un buddha. Fuori campeggiano diverse fotografie super tamarre di turisti che sorridono con addosso il biscione. Ripartiamo imboccando l’ultimo tratto del ponte e raggiungiamo Miynjan in cui ritentiamo al monastero dopo aver cercato invano una sistemazione economica per turisti. Come sempre veniamo indirizzati al monaco “headmaster” a cui spieghiamo la situazione e ci accolgono con gentilezza. Stavolta però uno dei monaci ci chiede i passaporti. Gli faccio “ma mica li porti alla polizia?” e lui “no police, no police” agitando la mano. Facciamo la doccia, ci indicano il posto in cui dormiremo e ci mettiamo a leggere un libro quando arriva di nuovo il monaco per comunicarci che la polizia non vuole che stiamo e che in città c’è un albergo economico con insegne in birmano di cui ci facciamo scrivere il nome. Arrivati le stanze economiche sono terminate e ce ne danno una orrenda con l’aria condizionata per 25 dollari. Di nuovo rapporto qualità prezzo incomprensibile. La cittadina non ha molto da offrire. Meglio invece che raggiungiamo il giorno dopo. Sulle sponde di un lago, ospita una serie di monasteri che ci viene detto siano sacri ai birmani. Uno di questi sorge su una barca con prua e poppa decorate con ghirigori rosa ed oro. La “testa” della nave è quella di un grosso pulcino con una pallina che pende dal becco. Andiamo a letto presto come sempre perchè il giorno dopo ci aspetta la temuta tappa con arrivo a Kalaw, località turistica a 1300 m di altitudine. La strada inizialmente corre piatta in una vallata costeggiando il fiume. Siamo fuori dal traffico e passiamo solo piccoli villaggi fino a che riprende il classico su e giù e dopo circa 60 km inizia la salitona. Il paesaggio diventa verde intenso, la montagna è alta davanti a noi che ci muoviamo come formiche. Facciamo soste ogni 200 metri di dislivello e dopo una giornata a pedalare con oltre 100 km nelle gambe arriviamo con grandissima soddisfazione a Kalaw in cui ci sistemiamo in una bella guesthouse gestita da birmani di chiara provenienza indiana. L’inglese è perfetto. Siamo senza soldi perchè durante la giornata nel tentativo di andare a prelevarne o cambiare dollari, abbiamo scoperto che eravamo in “bank holiday” un giorno in cui tutte le banche sono chiuse (!). La signora della guesthouse non ha fatto problemi (si sta parlando di 7 dollari) e la sera abbiam festeggiato spendendo quello che ci era rimasto in birra e per mangiare il nostro ultimo malahi, una zuppa di verdure piccante.
Nel programmare il prosieguo del viaggio dobbiamo affrontare il problema dei 500 chilometri che separano la nostra prossima meta dal confine thailandese. La polizia più volte ci ha detto che non sia possibile arrivare al confine né con la bici né con il bus ma solo con l’aereo. Il problema oltre che logistico, la zona è un susseguirsi di colline impervie, sembra essere politico. In Birmania ci sono dufferenti gruppi etnici e quasi tutti hanno combattuto contro il Governo centrale fino alla firma della pace per 10 di questi 11 gruppi. Gli unici a non firmare la pace rimangono gli Shan che abitano proprio la zona che vorremmo attraversare e che per questo è “proibita”. Da qualche parte avevo letto di qualcuno che si era pedalato gli ultimi 100 km prendendo un aereo fino a Kengtung. In ogni caso per non trovarci altri problemi ed essendoci comunque bisogno per pedalare anche solo l’ultima parte, di un permesso speciale, decidiamo di prendere un aereo. Ci fermiamo all’aeroporto che è di strada e con ben 55 dollari otteniamo quello che vogliamo. L’unico problema é che per quella tariffa il volo è il giorno dopo o in alternativa dopo 4 giorni. Piccolo briefing di coppia e compriamo il biglietto per il giorno dopo. Dedicheremo quindi al Lago Inle solo un pomeriggio ed una mattina. Dopo un’ora di pioggia battente che ammiriamo in un distributore ci ributtiamo in strada e ad un passaggio a livello sento “Pam!!” dietro di me. Mi giro e Marghe è per terra con la bici scivolata sui binari. Tanta paura ma per fortuna nessuna conseguenza. Raggiungiamo quindi in picchiata l’Inle Lake secondo solo a Yangoon e Bagan per afflusso di turisti. L’accesso al lago è vincolato al passaggio in stretti canali possibile solo con lance che portano in giro frotte di turisti. Facciamo un giro di perlustrazione attorno al lago che appunto non si vede mai. L’atmosfera che si respira è quella classica del posto turistico in cui poco o nulla sia realmente naturale. Il turismo cambia la morfologia dei posti e le attività delle persone. La presenza costante di turisti durante tutto l’anno fa nascere anche qui molte guesthouse, locali notturni, agenzie di viaggio, noleggio bici ecc. Ogni luogo comincia a somigliarsi. Poi c’è una questione di feeling che rende per alcuni speciali posti che altri neppure ricordano. Spesso non dipende neppure dai luoghi, ma a me questo lago non ha “toccato” nessuna corda. Il giorno dopo ci svegliamo e non c’è neppure bisogno di chiedersi se prendere o meno una barca per un giro. Pedaliamo dall’altra parte del lago per andare a vedere le hot springs libere che tra l’altro non troviamo. Da questa parte del lago c’è un bellissimo e rilassante percorso tra gli alberi che ci godiamo alla grande. Raggiungiamo qualche villaggio ed al ritorno eccole li’. Un paio di pozze in cui le donne lavano i vestiti. La temperatura dell’acqua è improponibile e così con tranquillità pedaliamo su una piccola stradina che in una decina di kilometri ci porta a quella principale. E’ presto e così lentamente ci rimettiamo in salita lungo i tornanti che in men che non si dica ci riportano sull’altopiano dell’aeroporto. Abbiamo tempo e facciamo tappa in uno di quei baracchini che confezionano le famose noci di betel che proviamo così prima di lasciare il Paese. Per Margherita una più dolce e per me una “strong”. Infiliamo le noci in bocca e prendiamo a masticare questa cosa dura fino a renderla molle. La salivazione parte ed è difficile non deglutire. Veniamo invitati a sputare e di certo non ci tiriamo indietro, anche perchè abbiam ormai la bocca piena. Cacciam fuori il liquido rossastro che tinge subito il cemento sotto di noi. La sensazione è simile a quella della coca, ovvero di anestesia dell’interno della bocca e per me un po’anche di stordimento.
All’aeroporto dopo poco dal nostro arrivo si mettono in moto una serie di persone che in maniera incredibilmente professionale impacchettano con cartoni e scotch tutte le parti delicate delle bici, che ci caricano sull’aereo senza alcun sovrapprezzo. 1 ora di volo ed atterriamo a Tachilek quando sta già facendo buio. Rimontiamo le bici con il gentile aiuto del personale dell’aeroporto ed al buio pedaliamo verso la città che si rivela una immensa colonia cinese in cui i thailandesi vengono a fare spesa. Ci sono negozi e supermercati di qualsiasi genere. Sopra di noi campeggiano moltissime scritte in cinese. I prezzi sono in baht la moneta thailandese ma con qualche calcolo in più riusciamo a spendere anche gli ultimi Kyat birmani. Domani si torna nuovamente in Thailandia.