Strano Paese il Myanmar.. Già il nome Myanmar.. I militari dopo il colpo di stato hanno deciso di cambiare il nome tralasciando il vecchio Burma rappresentativo solo di un unico gruppo etnico per un altro che non sia rappresentativo per nessuno e che quindi includa tutti. Fosse per questo neanche male, ma qui succedono cose strane. Anche sensazionali per la verità, almeno per il nostro modesto tran tran pedalante.
Nell’ultima settimana sono successe due robe veramente diverse che mi fanno pensare a quanto sia bello viaggiare in bici e lasciare che il tuo incedere costante vada in balìa del luogo in cui ci si trova.
Dopo aver pedalato un centinaio di chilometri arriviamo in una città, che qui sono poi grossi villaggi, e c’è un unico albergo che spara 50 dollari la stanza. Ok che in Myanmar il costo delle stanze rispetto alla qualità è uno degli aspetti ridicoli di questo Paese, ma qui si passa il limite. Decidiamo di andare avanti a pedalare. Sonole 14.30 e abbiamo ancora 3 ore circadi luce e di sicuro non ce la faremo mai ad arrivare al Paese successivo, nel quale naturalmente non è detto che non si ripresenti la stessa situazione. In mezzo ad una campagna piena di risaie e palme, arriviamo ad una piccola svolta per un villaggetto. Ci sono delle donne sul ciglio della strada e mi fermo a chiedere se sanno dove potremmo dormire qui intorno. Tutto ovviamente senza avere una lingua comune, solo a gesti. Parlottano tra loro e chiaro le sento dire “Monastery!”. Ci indicano il posto ed una coppiasu un motorino ci fa strada fino all’imbocco del tempio. Pedaliamo all’interno avvicinando monaci indaffarati a dipingere gli infissi, che appena ci vedono, ad uno ad uno ci fanno segno sempre nella stessa direzione. Parcheggio la bici, seguo le indicazioni e mi trovo davanti al “Capo dei monaci” che credo si chiami Abbott. E’ un signore anziano seduto, tranquillo. Mi avvicino con riverenza e gli chiedo se sia possibile dormire nel tempio, aiutandomi con il gesticolare tipicamente italiano che ci salva sempre all’estero. All’inizio sembra non capire. Quando centra la richiesta sembra che sia quasi ridicolo che chiedessimo ospitalità. Certo che possiamo! Ed a quel punto gli altri monaci cominciano a farci sentire a casa. Ci indicano il posto in cui dormire, nel tempio assieme a loro e ci portano 2 stuoine. Preparano il te e ci indicano dove lavarci. Un vascone di acqua all’aperto ed una doccia a secchiate. Sono tutti uomini e il posto evidentemente richiede a Marghe almeno di lavarsi in costume. Ci viene offerto del tè mentre loro continuano tranquillamente a dipingere. Fa un certo senso trovarsi in un luogo di una certa sacralità accolti e riveriti. Ad una certa ora veniamo invitati a mangiare. Una stanza solo per noi ed un monaco che ci porta riso bianco a volontà ed una serie infinita di intingoli frutto delle questue dei giorni precedenti. C’è carne e pesce nonostante avessi sempre pensato che i monaci conducessero una vita strettamente vegetariana. Mangiamo quello che ci va con il monaco che assiste al pasto che ci serve oltre alle pietanze anche l’acqua per lavare la mani e l’asciugamano. Alle 18 qui fa buio. Alcuni monaci vanno al villaggio, altri tornano e li si scorge in lontananza dalle luci delle torce che pian piano si avvicinano. Ci viene fatto notare che è oltraggioso dormire con i piedi rivolti al Buddha per cui giriamo i materassini che comunque abbiam gonfiato (le stuoine per quanto morbide son pur sempre belle dure). Le luci nel tempio rimangono accese ed una serie di insetti cominciano a radunarsi attorno al neon. Fuori comincia a piovere, il classico temporale tropicale, quindi acqua a secchiate e gli insettini ancor più si rifugiano dentro. E pian piano cadono in terra, esattamente su di noi. Prima mi metto le maniche, poi allungo i pantaloni, poi un asciugamano ma a un certo punto è così insopportabile che mi alzo, tiro fuori la tenda e la monto dentro al tempio. Ci infiliamo e ammiriamo la tenda in controluce punteggiarsi di piccole ombre. Possiam finalmente dormire. La mattina dopo attorno alle 4.30 iniziano le prime canzoni e inizia il lento risveglio monacale. Noi su questi orari ci siamo giè da un po’ per cercare di sfruttare al massimo le 12 ore di luce giornaliere. Decliniamo l’invito a colazione quasi come segno premonitore ed equipaggiamo le bicisotto gli occhi attenti dei monaci più giovani, contenti di questa inaspettata novità. Foto di gruppo e ripartiamo grati per tanta ospitalità e ci fermiamo dopo poco a fare colazione. Ormai siamo una specie di veterani dei cibi locali quindi appena notiamo qualcuno friggere ci fermiamo per berci un caffè con qualche “pasta” fritta. In questa zona delMyanmar c’è un’alta concentrazione di induisti come si vede dai colori varipinti degli abiti delle donne. Ci sediamo come sempre super osservati e ci portano un po’ di roba indiana strabuona e alla fine il padrone ci dice che non vuole soldi e che ci ha offerto il pasto molto volentieri. Troppa roba..
Infatti poi accade il secondo episodio che ci proietta dentro un sistema nel quale probabilmente siamo stati immersi da subito senza accorgercene. E’ il giorno in cui puntiamo verso Napydaw, che i militari hanno deciso dover essere la nuova capitale. Un po’ come se negli USA decidessero di cambiare la capitale da Washington ad un piccolo Paesino el cento della route 66 così da essere a metà strada tra Washington appunto e Los Angeles. Qui per non scontentare Yangon e Mandalay hanno costruito questo luogo che è di un anonimato indescrivibile. Arriviamo ad un check point e la polizia ci ferma per un controllo passaporto. Come sempre offre acqua e scherza. Poi vuole sapere in qualealbergo dormiamo a Napidaw chiedendocelo con un inglese tipo “Stay hotel?”. Cerco di spiegare loro l’ovvio, che naturalmente non lo sappiamo, ma perdo subito la pazienza ed a uno faccio segno che poi quando siamola lo chiamo. Lui capisce che chiamiamo l’albergo per prenotare e io capisco che ci rimangono poche speranze. Soprattutto quando, dopo averci fatto passare ci affianca un motorino che si piazza davanti a noi e ci fa strada. Ci vuole accompagnare fino aNapidaw e mancano almeno altri 20 km. Dico aMarghe di andare lentissima avedere se si stancano, ma da queste parti ci vuole ben altro, specie con persone che capiremo poi eseguono pedissequamente ogni ordine. Quando uno sparisce ne spunta un altro che ha magari anche l’idea che noi non ci accorgiamo che lui è un poliziotto. Sono anche goffi e ogni tanto ne fermo uno per chiedergli dove dobbiamo andare. Comincia una assurda strada a 2 carreggiate completamente vuota. Ogni tanto qualchemacchina di grossa cilindata sfreccia con la polizia al seguito. Sullo sfondo alberghi di superlusso supervuoti. Da diverse recensioni avevamno letto chei prezzi sarebbero stati proibitivi e avevamo deciso di fermarci appena prima per chiedere di nuovo ospitalità ad un monastero. Ma una volta intercettati non c’è stato più scampo. Abbiamo cambiato rotta decidendo di continuare per vedere se dopo la capitale ci avrebbero lasciato stare e per una ttimo ci siamo illusi. Scortati alla fineper quasi 50 chilometri arriviamo in un villaggetto che scopriamo essere un altro check point. Veniamo invitati a sederci e ci viene data acqua. Nessuno per un’ora si prende la briga di informarci cosa succede. Pian piano si accumula gente che solo dopo scopriremo essere ingranaggi vari di un sistema di controllo vasto. Mentra aspettiamo non possiamo fare a meno di notare 2 ragazzi, un soldato ed un poliziotto che ripetono le targhe di tutti quelli che passano e un altro signore che annota su un librone. Si ha veramente la sensazione di una cura maniacale per il controllo. Ancora un po’ e li sentiamo dire “2 capre, una marrone e bianca, l’altra nera attraversano la strada..”. Arriva finalmente il responsabile dell’immigrazione. Tutta lacombricola nella loro testa è lì per aiutarci. Mentre invece noi rappresentiamo per loro un problema. E inizia il gioco di ruolo. Il signore dell’immigrazione ci fa sudando e un po’ sentendosi rammaricato “Qui non potete stare perchè non è permesso ai turisti”. Non cerchiamo di spiegare la nostra inoffensività perchè si vede a occhio nudo. Chiediamo visto che polizia ed esercito dormono li se possiamo piantare la tenda da loro e domani andare via. Naturalmente la regola è rigida e qualche superiore potrebbe arrabbiarsi. Dopo una serie interminabile di telefonate riescono a sapere che nei dinotrni c’è un hotel, che abbiamo passato in bici scortati circa 5-10 km prima. Le alternative che ci propongono sono di tornare indietro 10 km e dormire in un resort ubicato nel nulla per 70 dollari la stanza, oppure prendere un bus per il primo posto con alberghi per turisti lungo il nostro percorso. C’è poco tempo per decidere anche perchè di lì a poco arriva il bus che il tipo dell’immigrazione ferma e ci guarda speranzoso che ce ne andiamo per sollevarlo da questo “problemone”. Saliamo quindi sul bus con sua estrema felicità e ne ridiscendiamo a Mogway, 100 km verso ovest. Poi ogni tanto di incrociano i cartelli “Take care of tourists”o “May I help you?”.. verrebbe da dire “Ma anche no grazie”. Alla luce di quello che ci è successo abbiamo un po’ riletto alcuni dei comportamenti delle persone quando ci vedono. Alcune volte siamo stati affiancati da gente in motorino chiederci robe tipo “uer iu go?”. La risposta era “Italy” intendendo che la domanda fosse sbagliata ma che chi la faceva volesse sapere da dove venivamo, oppure spiegavamo dove aeravamo diretti. Alcuni di loro ripensandoci avevano, come molti, un telefono con una grossa antenna e comunicavano i nostri spostamenti a chi di dovere. Naturalmente lavoro inutile questo è chiaro. Poi una volta un ragazzo si affianca e mi fa “ver iu go?” , “Italy” faccio io.. e lui mi risponde “Yes i know but ver iu go?”. Cioè si lo so cosa?!?!? La nuova tecnica ora è agitare una mano e dire “don’t speak”. Poi iniziare a parlare solo italiano. Per adesso funziona molto bene.
Il controllo comunque si è per fortuna interrotto ed ora la polizia ha ripreso a salutarci ogni volta che passiamo, salvo poi prendere ricetrasmittente e comunicare lo spostamento. Questo Paese sorprende da tutti i punti di vista e noi continuiamo a respirarcelo a pieni polmoni.
Pedaliamo duramente sotto il sole tra risaie e palmeti, tra portatori, donne con cesti enormi sulla testa, saluti continui e richiami alnostro passaggio. A Bago c’è un Buddha sdraiato enorme rimasto nascosto per secoli dalla vegetazione. Spettacolare nella sua grandiosità. C’è la pagoda più alta del Paese. Ci si toglie le scarpe e si passeggia attorno a questo stupa dorato tra l’odore dell’incenso e le orazioni dei fedeli. Il Monte Popa, sacro per i birmani, ospita un santuario sulle sue pendici che attira devoti da tutto il Paese. Per raggiungernela vetta, dalla base bisogna percorrere circa 800 scalini accompagnati da orde di macachi che giocano tra loro, si azzuffano, si tolgono le pulci e cagano ovunque tanto che cìè sempre chi lava e chiede un’offerta per i suoi servigi. Il Monte Popa in realtà è un vulcano spento che ha eruttato l’ultima volta circa 250.000 anni fa. Quisquiglie.. Riprendiamo le bici, montiamo in sella e iniziando a pedalare mi accorgo che qualcuno deve avere toccato il cambio e mentre monto sui pedali la catenaci molla. Per fortuna è molta più discesa e arriviamo velocemente all’albergo e da li attraverso uno scenario stupendo di palme, erba rasata e banyan (alberi dalle alte radici) raggiungiamo Bagan, l’attrazione numeto uno in Myanmar checi apsetta domani.

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