Incredibile come linee immaginarie tracciate dagli uomini per dividersi ognuno nel proprio giardino, creino mondi così diversi tra loro. Passare dalla Thailandia al Myanmar è uno shock assoluto. Verrebbe da dire sbrigativamente che si fa un salto di 50 anni all’indietro ma anche questo non descrive bene quello che vediamo. Intanto la vitalità dei piccoli Paesi, la quantità di gente per strada, il sorriso continuo della gente e lo stupore di vederti spuntare in bicicletta dopo ogni curva. I turisti in Myanmar si concentrano per lo più nel nord attorno a Mandalay, ed in piccola parte attorno a Yangoon, la capitale. Il resto del Paese li vede passare solo su pullman ultraveloci e strombazzanti, e solo quando si fermano per la pausa pranzo o cena. Le facce che vediamo ci comunicano tante radici diverse. Tanti hanno origine indiana, sia per il fatto che i 2 Paesi confinano ma anche per ragioni storiche essendo stati gli indiani a fianco degli inglesi nel tentativo di sedare laresistenza birmana durante l’occupazione coloniale. Quando la Birmania si liberò molti indiani rimasero nel Paese. A volte sembra di vedere il risultato di un morphing perfetto tra un indiano ed un asiatico. Myawaddy, la città birmana che si trova subito dopo il ponte dell’amicizia ci accoglie con la sua confusione, con il suo mercato e con la polizia che nel controllarci i passaporti ci comunica che “oggi non si può passare, oggi si va verso la Thailandia, domani verso la Birmania”. E’ mezzogiorno, avevamo già l’idea di assaporare l’interno del nuovo Paese ma siamo costretti a cercarci un posto per passare la notte. Peniamo un poco perchè pur abituati a dormire in posti “ai limiti” i primi 2chevediamo sono davvero improponibili. Ci piazziamo dopo aver girato un po’ in un alberghetto con vista sul ponte dell’Amicizia che ci costa 20 dollari, cioè circa il doppio di quello che eravamo abituati a spendere in Thailandia per avere una qualità almeno doppia. Doccia e giretto per la città e per il suo mercato dagli odori forti di pesce e spezie. Le donne hanno la faccia imbiancata da una crema. A volte su tutto il viso, a volte solo sulle guance. Tutti indistintamente masticano la noce di betel, simile come forma alla noce moscata. Viene appoggiato un frammento di noce su una foglia di pepe di betel precedentemente spolverata con calce liquida. Viene poi aggiunta la spezia che uno preferisce, poi la foglia viene avvolta e forma una specie di caramella che qui come dicevo consumano tutti. Pare che siano stati rinvenuti scritti che ne testimoniano l’utilizzo fin dal 1°-2° secolo prima di Cristo. Tra le tante azioni ha quella digestiva e stimolante la salivazione. Ed in effetti per strada sembra di essere in una sputacchiera generale in cui da qualunque parte ti giri c’è qualcuno che carica e sputa rosso per terra, salvo poi vederti e sorriderti con la sua bella dentatura rossa.

Cambiamo un centinaio di dollari per strada, visto che le banche sono chiuse. Utilizziamo un cambiavalute con un display con le quotazioni. Consci di non poter fare grandi affari cambiamo il meno possibile. In città ci sono unsacco di banchettini che cambiano denaro, con pile belle alte di banconote appoggiate sopra e tenute legate ognuna da un elastico. Scena vista ormai tante volte durante i passaggi di frontiera.
La mattina all’alba siamo in bici e partiamo verso la campagna. Ci aspettano 20 km prima dell’inizio della salita. Facciamo l’incontro tipico per ogni turista specie in bicicletta. La polizia. Sempre cordiali, annotano a mano con penna e carta ogni nostro passaggio. Al primo controllo vediamo molti camion fermi. Passeranno solo domani, oggi tocca a noi. I poliziotti ci fanno sedere, ridono, scherzano, ci riempioni una bottiglia di acqua e scrivono tutti i dati del passaporto, poi ci cgiedono dove andiamo. Sono interessati del tuo presente e soprattutto del tuo futuro. Ripartiamo ed iniziamo la salita. La strada è completamente dissestata. Capiamo al volo il motivo di regolare il traffico a giorni alterni. Sarebbe impossibile procedere a due corsie. Saliamo su tornanti assieme a camion strombazzanti ed ogni altro mezzo a motore. Probabilmente dai carichi che portano, sono persone che tornano dalla Thailandia dopo aver fatto un po’ di spesa. Le continue buche vengono coperte da “stradini” che spaccano sassi e una volta accumulati li usano per riempire i buchi nella strada usando le mani. La salita fino ai quasi 900 metri passa in mezzo a villaggi e casette isolate in cui assaporiamo il contatto con la vita contadina. Fatichiamo sui pedali per quasi 3 ore fino ad arrivare quasi in cima ed incontriamo 2 cicloviaggiatori australiani che sembrano essere non contenti ma entusiasti nel vederci. “Siete i primi ciclisti che incontriamo da 4 mesi!” ci dicono, raccontandoci un po’ del loro viaggio in Asia e di quello che ci aspetterà nel seguito del nostro cammino.
Ci avvisano del posto in cui dormiremo la notte, che “non vi dovete preoccupare, sarà il posto peggiore in cui vi capiterà di dormire ma vuol dire che dopo vi potrà solo andare meglio!”. Siamo però un po’ in anticipo con i tempi e decidiamo di procedere a pedalare. Qui in Myanmar i turisti possono dormire solo in hotel o guesthouse autorizzate dal governo e pare che a Kiondo dove decidiamo di puntare non ce ne siano. Quando arriviamo facciamo il classico segno del dormire che funziona sempre e dopo qualche tentativo veniamo indirizzati in un posto che non saremmo mai stati in grado di trovare da soli. E’ una costruzione in legno in cui credo abbiano visto stranieri molto raramente. La stanza vale i 6 dollari. Il lettone grande è avvolto da un utile zanzariera e la doccia è a secchiate. Andiamo a fare un giro nel paesello e mentre cerchiamo un posto per una birretta veniamo fermati da un tipo che dice di essere della polizia e che vuole controllare i nostri passaporti. Cerco di spiegarli che non li abbiamo perchè sono nell’albergo (si fa per dire..). Faccio segno con le dita dove si trova e, aiutato dalla gente seduta a bersi un tè sembra aver capito. Tira fuori lo smartphone e chiama tutto scuro in volto e poi sparisce. Noi continuiamo il nostro giretto sperando che la polizia non ci crei problemi ed incontriamo un signore che ci ferma e ci propone un posto dove dormire visto che a Kiondo non c’è niente per i turisti. Ringraziamo spiegando che siam già sistemati mangiamo qualcosa sempre col metodo del dito, cioè indicando e quando torniamo all’albergo ci dicono che i passaporti ce li ha la polizia e che non c’è problema. Dopo circa 2 ore arriva un poliziotto a torso nudo che vuole che io gli scriva su un fogliettino bianco i dati scritti sul passaporto. Mi sembra surreale ma alla fine è anche divertente e si conclude con una stretta di mano.

Pedaliamo su e giù per dolci dossi, in mezzo ad una vegetazione al massimo del suo splendore. La zona in cui ci troviamo è la più piovosa dell’intero Myanmar e siamo ormai alla fine della stagione delle piogge. Nella zona di Hpa-An l’acqua è ovunque. Piccole montagne sembrano galleggiare all’orizzonte. Stupa dorati da cui proviene un buon profumo di incenso e musica. Ai bordi delle strade, fedeli agitano una ciotola argentata con qualche sassolino all’interno e chiedono qualche offerta per il tempio.

Il cielo che si è finora sempre mantenuto sul grigio risparmiandoci lunghe piovute, decide di farci provare il vero clima monsonico dedicandoci quasi un giorno intero. Nei 120 km che ci hanno portato a Kyaikto la pioggia inizia a cadere timida dopo circa due ore, tant’è che neppure ci mettiamo la giacchetta. Poi l’intensità sale. Decidiamo di proseguire comunque, qui lo fanno tutti. Trovo affascinante la maniera che si ha in posti tropicali di rapportarsi alla pioggia. Naturalmente il clima si presta, la temperatura è tale che non si ha quasi mai freddo e appena smette ci si inizia quasi subito ad asciugare. La pioggia ad un certo punto si fa torrenziale ma ormai siamo completamente bagnati e più di così non sarebbe comunque possibile, quindi la situazione prende, almeno per me, una piega divertente. Dopo qualche altro chilometro ci fermiamo per controllare che le apparecchiature elettroniche ed il denaro non si stiano bagnando dentro le borse impermeabili. Per fortuna è tutto ok e ne approfittiamo per un caffè. La preoccupazione per le banconote, i dollari intendo, è legata al fatto che in Myanmar accettano solo banconote in perfetto stato. Al confine il ragazzo del cambiavalute ci aveva detto che stavano discutendo in quei giorni al Governo la possibilità di accettare anche banconote non in perfetto stato, ma per adesso è così. In effetti abbiamo con noi 80 dollari lisi che risultano “non cambiabili”.
Ripartiamo sotto l’acqua che ci accompagnerà fino quasi a Kyaikto, questa città dal nome impronunciabile (si dice Ciaitio) in cui oggi siamo andati a vedere la Golden Rock, ovvero uno stupa costruito su di un masso dorato che sembra poter cadere da un momento all’altro. Devo ammettere un po’ la nostra delusione quando in cima, dopo una salita (sbagliando strada) di un’oretta, ci siamo trovati di fronte un masso di dimensioni molto più piccole di quelle che ci apsettavamo di vedere. La dimensione non è tutto si direbbe ma rende tanto il concetto di maestosità. Qui poi stanno costruendo altri resort e dà l’idea di essere un posto che spera in un ulteriore sviluppo.
Ora siamo pronti per una lunga traversata del centro della Birmania per arrivare fra circa 4-500 km nella zona più turistica del Paese che è anche quella che abbiamo avuto negli occhi prima di partire.

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