Quando ripartiamo da Bogotà ha smesso di piovere e dopo l’inzuppata della mattina è già una bella notizia. Per lasciarci alle spalle la capitale dovremo pedalare ancora più di 20 km. Una pista ciclabile ci accompagna, ma spesso è invasa di persone che camminano, gente che vende qualunque cosa e per fare prima a liberarci dal traffico zigzagiamo tra la pista e la strada. Pedaliamo su un altopiano che senza particolari dislivelli ci porta, immersi nel verde dei campi coltivati, a Zipaquirà. La città è conosciuta per la sua famosa Cattedrale costruita all’interno di una grotta di sale. L’idea sarebbe quella di visitarla la mattina seguente. Da un’occhiata alla pagina web appare un “trappolone per turisti” e decidiamo così di saltare.  Sono giorni di lunghe pedalate e tanti kilometri macinati. Scendiamo di quota e il caldo si fa sentire. Chiquinquirà, Barbosa, Socorro, San Gil sono nomi di città in cui passiamo accompagnati da odori che per sempre rimarranno nella memoria e che ci faranno tornare alla mente le sensazioni che stiamo vivendo qui. L’intenso odore di panela che si avverte quando passiamo per un campo di canna da zucchero che viene bruciato per “pulirlo”, oppure il dolce profumo della guayava fatta bollire per preparare i bocadillos, veri e propri pannetti di guayava.

A Oiba, un paese in cui ci fermiamo per mangiare un gelato, è pieno di studenti ed alcuni di loro si avvicinano per fare 2 chiacchiere. Le ragazze sono sorprese e contente di parlare con 2 stranieri. Una, alla scoperta che siamo italiani, sene esce tutta emozionata con un “Uhhhh, sto parlando con un italiano?!?!” rivolgendosi alle amiche. Vorrebbero farci tante domande ma vengono interrotte dai uno dei ragazzi che mi consiglia, mentre Marghe è in gelateria, una volta a San Gil di chiedere per Bariloche, un barrio immagino di prostituzione.. e poi ride.. “che impressione pensi che si portino dietro di Santander (la regione in cui sitrova Oipa) se dai loro questi consigli??!”, ma lui seguita ed io per la verità non ho la minima voglia di starlo ad ascoltare. Per fortuna se ne va. A volte mi irritano questi comporatmenti stereotipati per cui quasi strizzando l’occhio uno ti si avvicina e ti da un consiglio come dire “tra uomini ci intendiamo no?”.. Beh no, non ci intendiamo.
Sotto il cartello di Olival compiamo il km 4000 che ci dice che si fa vicina la nostra meta finale, anche se manca ancora quasi un mese.
Ieri non ce l’abbiamo fatta ad arrivare a Bucaramanga. Da San Gil la prima salita di 800 mt ci ha portato in cima salendo in mezzo al verde dei boschi e a fattorie che producono latte e formaggi. Dalla cima scendiamo fino a 600 mt di altitudine passando nel canyon del Chicamocha, aridissimo. La discesa è rovinata dalla presenza di molti camion che procedono molto lentamente. La strada scende per curve e tornanti e lo spazio per superare è stretto, così ci accodiamo e respiriamo l’aria salubre dei tubi di scappamento. Alla fine raggiungiamo il fiume e passiamo un pedaggio in cui fa un caldo bestia. Da li la strada riprende subito a salire costante con il fiume accanto. La voglia di fermarsi e immergersi nell’acqua per finfrescarsi c’è tutta. Ma anche quella di salire di quota per arrivare al fresco. Per fortuna c’è un bel venticello fresco anche se contrario che ci allieta la salita. Poi si annuvola e comincia a piovere, ed è una pioggia assolutamente benvenuta che ci fa salire più freschi. Giusto una sosta per mangiarci qualche dolcetto al cocco e uno zapote (un frutto marrone fuori e arancione dentro) trovato per strada, e arriviamo in cima dopo altri 800 mt. La stanchezza si fa sentire e alle 16 a Piedecuesta decidiamo che abbiamo pedalato abbastanza. Ci infiliamo in paese e ci facciamo indicare un meccanico per biciclette. Spiego al ragazzo il problema. Quando sono in discesa il cambio si muove e porta con se la catena che così si avvicina pericolosamente ai raggi oltre ad impedirmi di riprendere a pedalare. Nell’ultima discesa a momenti mi ammazzo.. Lui scruta il movimento, poi mi guarda e dice “el problema es la manzana” indicando il centro della ruota. “Si può fare qualcosa?” domando, e lui con un cenno della testa mi fa cenno di si, toglie la ruota posteriore dalla bici e poi con una gran maestria la smonta completamente, ogni singolo pezzo, fino anche ai cuscinetti. Puliscetutto, ingrassa e rimonta ed il gioco è fatto. Mentre gira la ruota ripredne a fare un rumore che avevo dimenticato. Ma non basta perchè una buona manutenzione (che abbiamo fatto mancare a Bomba e Diana nelle ultime settimane), necessita di una bella lavata. E così oggi  ci siamo fermati in una pompa di benzina e gli abbiamo dato una bella pulita. Veder scomparire lo sporco dagli ingranaggi è stata una goduria.. A Bucaramanga abbiamo il contatto di un’organizzazione che si chiama “el mi piè izquierdo”, creata e gestita da Carlos Josè, un ragazzo con esiti di Paralis Cerebrale Infantile che ci racconta la sua storia personale e poi quella della sua associazione che da 8 anni lavora con le persone con disabilità. In particolare con bambini. Anche di questa esperienza scriveremo in maniera più approfondita nella sezione incontri del sito del viaggio. Certo è che anche qui ci sono pratiche che fanno venire idee che sarebbe bello poter sviluppare al nostro ritorno. E dopoquesto bell’incontro e ungiorno senza pedali ci aspetta una supersalita, l’ultima in Colombia che probabilmente ci costerà un paio di giorni..
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