Finalmente Lima! All’aeroporto aspettiamo  con trepidazione l’uscita delle scatole con tutti i nostri averi. Dopo aver verificato la salute delle 2 bici mi metto in un angolino e comincio ad armeggiare con arnesi vari e in men che non si dica (3 ore e mezzo…) le bici sono pronte imbagagliate ed imbandierate e subito riscuotono la simpatia del personale dell’aeroporto. In bagno ci cambiamo infilandoci le divise ufficiali, tiro fuori i 9 fogli A4 con le mappe stampate sopra per portarci dall’aeroporto fino alla Tablada de Lurìn, esattamente dall’altra parte di Lima. Attraversare la capitale in bicicletta credo si possa catalogare come l’incrocio tra uno sport estremo e un’esperienza mistica. 36 Km di centro trafficato attraverso cui abbiamo zigzagato tra auto, camion, micro, bus, motorini, apecar per circa 3 ore. Il clima di certo non aiuta. Qui sta iniziando l’inverno, l’aria è fresca, la temperatura sui 20°. La vicinanza al mare mista al traffico intenso crea un microclima molto umido e senza scappatoie per quelle poche nuvole che se ne volessero andare. Oltre la città inizia subito la montagna in cui il fenomeno dell’inversione termica  dovrebbe regalarci giornate più soleggiate e soprattutto un clima più secco. La Tablada de Lurìn è uno dei tanti agglomerati urbani che si sono via via aggiunti nel corso dei decenni ad una città che negli anni 50 era abitata da circa 1 milione di persone. Ora gli abitanti sono circa 8 milioni, frutto di una immigrazione selvaggia dal resto del paese. La prima ondata negli anni ’60 caratterizzata dallo spostamento in capitale in cerca di lavoro. La seconda molto più imponente nel ventennio 1980-2000 per il conflitto che vedeva contrapposti la guerriglia maoista di Sendero Luminoso e l’Esercito Peruviano. Nel mezzo la popolazione civile che per salvarsi dal conflitto ha cominciato ad abbandonare la “provincia” per la più tranquilla capitale. La storia ci viene raccontata da Gianni, un ragazzo italiano che da circa 20 anni vive qui, alla Tablada de Lurìn. Si occupa dell’associazione Hachay Wasi (in quechua significa casa della conoscenza). Siamo arrivati davanti a casa sua grazie alle indicazioni raccolte per strada e grazie all’ultimo dei fogli con le indicazioni più precise del quartiere. Mi giro verso Margherita per dirle che secondo le indicazioni “dovremmo dormire in quella casa lì”, puntando il dito. Mi giro e ci sono Diego e Gianni che stanno per entrare da una porta. Fa sempre un certo effetto incontrare persone dall’altra parte del mondo specie quando si arriva in bicicletta… Arriviamo giusti giusti per il pranzo che ci riconcilia con il cibo dopo l’esperienza come sempre pessima in aereo. Mangiamo con gli altri volontari presenti in casa, tutti italiani. Conosciamo Nancy la moglie di Gianni con cui ha avuto 4 figli maschi. Il pomeriggio visitiamo il progetto che ha preso forma in zone di Tablada particolarmente disagiate. E’ stato aperto un ambulatorio medico in cui si pratica medicina naturale e da qualche mese prestazioni di fisioterapia, c’è una scuola materna per i bimbi dai 3 ai 5 anni. E’ stato organizzato un doposcuola con significati educativi e di stimolazione della capacità critica degli alunni. E’ stato creato un laboratorio di taglio e cucito che impegna alcune donne nel confezionamento di prodotti tipici di fattura per la verità davvero buona.  In questo viaggio ci piacerebbe descrivere e portare a conoscenza le associazioni ed ONG che incontriamo, per condividerne scopi e modalità di lavoro e, perchè no, stimolare la voglia in chi legge di farsi anche solo un passaggio se si trovasse a fare un giro da queste parti. E’ per questo che la descrizione dei progetti merita uno spazio a parte. Gianni ci racconta con tranquillità come è iniziata la sua esperienza e come si svolge il lavoro dell’associazione. Sono 2 ore interessanti in cui ci è permesso di entrare più all’interno della storia peruviana, della sua società, delle contraddizioni e delle problematiche attuali. L’associazione ora sta ospitando 2 serviziocivilisti, ossia ragazzi e ragazze che abbiano fino a 28 anni e che accettino di partecipare a progetti della durata di 10 mesi. Diego, fisioterapista di Noale, l’ho conosciuto ad un corso di Fisioterapisti Senza Frontiere che abbiamo organizzato all’Eremo di Ronzano a Bologna. Ricordo la sera a consumare bottiglie di vino dei frati e a parlare dei nostri progetti, che hanno poi preso forma e consistenza ed ora si sono incontrati qui in questo angolo di Lima. Sara è una pedagogista siciliana che si ritrova qui dopo un’esperienza in Tanzania ad Iringa in cui opera il progetto bolognese di Nyumba Ali della famiglia Fergnani.
Oggi a pranzo, con in mano un piatto di causa (piatto tipico a base di patate) e quinoa abbiamo partecipato al rito del calcio. Prima timidamente seduti a tavola, poi pian piano qualcuno si alzava per sedersi con il prorio piatto davanti alla TV, poi un altro e alla fine spudoratamente si è formato un capannello di tifosi festanti per la vittoria che è valsa la finale del campionato europeo di calcio. Pare di buon auspicio che io in queste occasioni mi trovi all’estero. Nel 2006 quando l’Italia vinse i mondiali ero in Laos a esultare in silenzio e a notte fonda, immaginando il delirio che stava succedendo a casa. La vittoria dell’Italia ora pone serie decisioni sull’itinerario. Domenica alle 13.45 dobbiamo trovarci in un posto in cui assolutamente si veda la partita… Vabbè dai in realtà la decisione dipende dal calcolo del tempo a disposizione nei diversi Paesi. In Perù dovremmo cercare di starci all’incirca 3 settimane e cominciando a salire da Lima il tempo si protrarrebbe sicuramente oltre. Dopo una attenta analisi della mappa ed un calcolo dei km totali da percorrere in Peru prendiamo la decisione di rimanere sulla costa per circa 200 km fino a Barranca per poi salire verso Huaraz e iniziare il percorso di montagna nel punto in cui inizia la Cordillera di Huascaràn. Quindi Barranca sarà con probabilità la città in cui vedremo la finale degli europei.
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