Il Callejon de Huaylas corre dai 4000 mt di Conococha abbassandosi verso i 2000 di Caraz attraverso una strada asfaltata da cui si gode una vista incredibile. A sinistra la Cordillera Negra e a destra la Cordillera Blanca, uno spettacolo della natura con le sue tante vette sovrastate in altezza dai 6600 metri del Cerro Huascaràn. Pedalando ci si vorrebbe sempre fermare ogni volta che cambia un angolatura per scattare una fotografia. Nella discesa lungo il Callejon facciamo tappa a Yungay, un pueblito vittima di una tragedia accaduta il 31 Maggio 1970 quando a seguito di un tremendo terremoto si staccò dal nevado un enorme pezzo di ghiaccio che rovinò insieme a fango e detriti sulla città letteralmente coprendola in uno scenario che dalle foto del prima e dopo assomiglia molto alnostro Vajont. La visita al cimitero lascia senza parole mentre si cammina tra croci e fiori esattamente sopra la città sepolta. Ora ricostruita a fianco in una posizione più riparata, a Yungay troviamo da dormire all’Hostal Gledel in cui facciamo la conoscenza di Rusula, una simpatica signora che inaugura la serie di incontri speciali di questi giorni. Le hanno amputato un braccio a seguito di un tumore che ancora, dopo 5 anni, la costringe a continui controlli a Lima. I turisti sembrano essere quella che lei dice “la sua unica gioia”, vedere tanti giovani venire e animare un po’ l’ostello molto basico cheha costruito con tanti sacrifici. Terminato agli inizi degli anni ’80 ha iniziato a ospitare persone fino alla comparsa in zona di Sendero Luminoso e alla conseguente interruzione completa del turismo fino al 1995 data che ricorda con commozione. Ci regala un paio di cappelli tipici di lana. Insieme a noi ci sono 2 giovani alpinisti cechi in fase di acclimatamento per una scalata al Cerro Huascaràn di qualche giorno. Quando li conosciamo imbracciano entrambi una bottiglia di vino e fanno la spola a comprarne altre mentre ascoltano un po’ di rock suonato da un gruppo di ragazzi del posto in una piccola stanza vicino all’ostello. Il giorno seguente carichiamo le bici su un micro, che noi chiameremmo van, e saliamo fino ai 4700 mt di Portachuelo per poi farci tutti i 2300 mt di discesa su sterrata, come fare 2 volte la discesa di Tremalzo vicino al lago di Ledro.. Marghe non è abituata alla mountain bike e la paura di cadere c’è. Fa freddo ed il panorama è in parte rovinato dal cielo coperto e da una leggera pioggerellina che ogni tanto ci bagna. Incontriamo bus e camion che si inerpicano spingendo come matti su per questi pendii con le ruote che perdono continuamente aderenza ed i motori che si sgolano. Dopo molti tornanti arriviamo alle bellissime Lagune di Llanganuco. il piano che le precede mi ricorda le sorgenti del Secchia. Le acque delle 2 lagune sono di un azzurro glaciale. A poco a poco le vette si scoprono e rendono la vista incantevole. Scendiamo fino ad Yungay passando per piccoli paesini andini soffermandoci solo per una ristoratrice bevanda di quinoa e mela. il giorno seguente percorriamo la parte restante del Callejon fino al termine dell’asfalto. Poco prima un cartello ci indica l’inizio del Cañon del Pato. Direi anche questo un “must”. Si attraversano 32 tunnel su strada sterrata in mezzo alle 2 cordigliere che si avvicinano sempre più fino ad arrivare ad essere distanti in un punto solo 6 metri. Servono le torce frontali e procedere uno davanti all’altro immersi nel buio delle gallerie più lunghe. In una una macchina di turisti peruviani (tipo 9 in una macchina) ci fa luce e quando usciamo si ferma e vuole fare una foto con noi. Qui ogni tanto succede che qualcuno voglia avere una foto di se stesso con noi… le pareti nel Cañon sono così alte che serve piegare il collo fin dove possibile per vederne la fine. In un punto il vento fa cadere qualche sasso che ci cade a pochi metri generando in quel momento non poca apprensione. In basso scorre impetuoso il rio Santa. L’insieme è davvero spettacolare. Incontriamo Xavier un ragazzo francese che sta facendo rottaverso sud. Dopo una lunga discesa giungiamo a Huallanca, passiamo il fiume e iniziamo unasalita di 300 metri fino a quello che pensiamo essere il paesino di Yuramarca che invece, la mattina seguente, scopriremo rimanere più avanti di circaun kilometro. Poco importa, pocheluci e un cielo stellato tanto limpido quanto per me sconosciuto. La mattina sveglia alle 5.30 che ci attende un giorno lungo. E’ un saliscendi di 55 km su uno sterrato in pessimo stato che ci condurrà a ritrovare l’asfalto, anche se solo per una decina di kilometri. Mentre pedaliamo scorgiamo la sagoma di un altro ciclista. E’ Bob, un australiano in viaggio da un anno ed in cantiere Ushuaia dopo essere partito da Anchorage in Alaska, una rotta tipica del cicloviaggio per il mondo. In successione incontriamo altre 3 coppie. Un francese e una ragazza svizzera in viaggio da 2anni con l’idea di farlo senza mai prendere un aereo. Partiti dalla Svizzera ed arrivari in Cina, hanno proseguito in sud est asiatico fino in Australia. A Timor sono stati cosgtretti ad un aereo nella loro unica piccola eccezione. Poi una nave che in 3 settimane li ha portati a Cartagena in Colombia e da li stanno scendendo e correbbero arrivare ad Ushuaia e tornare a casa prima di Natale. Una coppia di slovacchi partiti da Quito, senza, a detta loro, problemi di tempo, sono rimasti 4 mesi in Ecuador per visitarlo bene,lascianod scadere il loro visto che in Ecuador non è prorogabile olgtre i 3 mesi all’anno.. Poi risalendo incontriamo una coppia spagnola in viaggio da 4 anni, ora in America Latina dopo aver attraversato l’Africa per la costa orientale, da Sharm el Sheik fino a Città del Capo. Non sembrano stanchi e ci raccontano uin po’ dell’Africa, dell’essere passati per il Sudan senza problemi, che la costa orientale è molto tranquilla, con l’acqua potabile come lusso saltuario, e che in Etipia è un continuo saliscendi e i bambini gli tiravano i sassi… Continuiamo riempiti dalle tante storie personali che rendono giustizia al libero pensare ed interpretare la propria vita, l’unica che abbiamo e che a volte segue un itinerario fin troppo lineare e stereotipato. Arricchisce sempre tanto vedere che ci sono altri modi. Raggiungiamo una strada privata di 50 km che permette di arrivare a Trujillo senza passare per Chimbote. La strada è di proprietà di una impresa che ha ricevuto ordine dalla Provincia di lasciar passare i turisti. Capiamo subito che passeremo la notte in tenda. Riusciamo a raggiungere prima che faccia buio l’unico abitato che è la comunità contadina di Tangouche in cui mi scolo 1 litro di Coca Cola gelata. il viaggio e le sue fatiche stimolano voglie da partoriente.. Chiediamo dove si possa trovare del pane e veniamo indirizzati dentro la comunità fino ad arrivare nel posto giusto, a casa di Donald un peruviano che vuole aprire una pizzeria a Trujillo. Il fratello panifica. Compriamo il pane e mentre Margherita è in bagno butto li’ l’esca “adesso saliamo un po’ per cercare un posto per accampare, oppure qui ci sono posti in cui si possa dormire?” “Beh se volete potete mettervi là in salone”. Centro! Accettiamo di buon grado l’offerta anche perchè il posto è un ristorante di pollo alla brace il fine settimana ed annesso c’è il negozietto della madre da cui compriamo un po’ di verdura per sedare la nostra voglia di una bella insalata mista che consumiamo la sera nel ristorante dopo una doccia che lascia sul piatto tuttala polvere e la sabbia che abbiamo masticato durante il giorno. La sera chiacchieriamo conla famiglia su usi e costumi differenti fra i nostri Paesi, su quale frutta, verdura e carni abbiamo in Italia e soprattutto su come poter fare una buona pizza. Donald vorrebbe investire aprendo un’attività a Trujillo. L’idea è una pizzeria perchè costerebbe molto meno di un ristorantino di “Pollo a la brasa” che pare valere circa 30000 euro. con 5-10mila euro la pizzeria si potrebbe fare. Consigliamo di usare il forno a legna, poi ci ritiriamo nel salone e ci stendiamo sui materassini ben adagiati sul pavimento e ci addormentiamo soddisfatti della bella giornata.

Ora siamo arrivati dopo un 109 kilometri di pedalata a Trujillo, la terza città per numero di abitanti del Peru dopo Lima e Arequipa. La città pare avere un paio di interessanti siti archeologici della cultura Moche ed una bella spiaggia. Per ora abbiamo raggiunto la nostra dimora che è la casa de ciclistas più vecchia al mondo. Dal 1985 se ne occupa Lucho un ragazzo peruviano, ciclista anche lui. Qui ci dice sono state ospitate quasi 2000 persone. Quando arriviamo alla casa ci apre una ragazza argentina. Insieme al suo compagno stanno girando in bicicletta per il sudamerica come artisti. Lei suona il clarinetto e chiede permessonelle diverse piazze per esibirsie ricevere offerte. Lui si è inventato un museo itinerante. Viaggia su una bici pesantissima con un carrello su cui carica tra le mille cose anche una stampante che gli serve per la sua attività. Praticamente chiede ai passanti di donare al “museo” un proprio disegno. Lo scanerizza,a voltegli mette uno sfondo, lo attacca su cartocino nero e lo espone. Ne ha collezionati tantissimi. Apre quello che lui chiama “il museo” senza chiedere permessi sperando che non ci siano guardie in giro, la gente si avvicina e può lasciare un’offerta prendendosi un’opera, o donarne una attraverso un disegno che andrà ad aggiungersi a tutti quelli già lasciati dalle persone durante il loro viaggio. Che idea, un museo in cui gli artisti sono le persone che lo frequentano… Poco dopo arriva Lucho che, gentilissimo, ci racconta della sua casa del ciclista, iniziata da un signore di Venezia che poi dopo anni si è stancato e l’ha “ceduta” nella gestione a Lucho. Qui si trova gratuitamente un letto, acqua per lavarsi e corrente per ricaricare ogni aggeggio elettronico. C’è anche una piccola officina di riparazione di biciclette. Si può stare qui quanto si vuole conl’idea che gli ospiti in qualche maniera lascino alla loro partenza almeno qualcosa per la copertura delle utenze. Ero già stato da jorge a Villa Manihuales in Carretera Austral e le somiglianze sono tente. Qui è molto più una casa comune. Ora ci siamo solo noi e la coppia argentina. C’è una mappa in cui ogni visitatore mette il proprio pezzettino arancione sulla nazione di provenienza. Si sono nel corso del tempo formate delle pile di pezzettini adesivi che danno l’idea delle provenienze più frequenti. L’italia e proprio bassa,mentre la più alta è decisamente la piccola Svizzera, seguita dagli Stati Uniti.. Ora ci fermeremo un giorno a Trujillo e poi verso Pacasmayo con un bus per evitare Paijan dove si sono verificati parecchi assalti a ciclisti ed in cui sembra che attualmente la polizia scorti quelli che passano. A pacasmayo abbiamo un intervista con un giornale locale e poi punteremo di nuovo alla cordillera per una seconda parte di Perù impegnativa ma che credo ci regalerà piccoli paesini incastonati nelle montagne, un passo a 4600 metri, un po’ di selva e un’entrata molto dura in Ecuador, almeno dal racconto dei cicloviaggiatori che abbiamo incrociato. Tra di loro, l’ultimo è stato Simon Hutchinson un irlandese che partecipa alla World Cycling Race che da Febbraio ha visto gareggiare 11 partecipanti per la prima edizione che devono coprire circa 28000 km nel minor tempo possibile. il controllo avviene tramite lo SPOT che ho anche io. In 7 si sono ritirati. 2 sono già arrivati e lui racconta di essere per ora terzo. L’itinerario in giro per il mondo sembra essere abbastanza piano ed a volte a detta sua molto noioso. Sugli avambracci ha 2 specie di manicotti di tessuto e ci mostra come li usa. Servono per appoggiarsi sul manubrio riuscendo a guidare la bicicletta mentre legge. Racconta di aver letto così 5-6 libri… Mah! Comunque fra un po’ finisce. In 2 giorni comprirai 500 km fino a Lima e poi con l’aereo volerà in Irlanda da cui comprirà gli ultimi km per arrivare a Londra. Che gente!

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