Tingo rimarrà nel nostro cuore. Chi è Tingo? Beh, partiamo un po’ più indietro… dopo Cajamarca l’asfalto smette e ci porta su e giu’ per la cordigliera verso Celendin. La nostra marcia è fermata continuamente dai lavori in corso, occasione per fermarsi a fare 2 chiacchiere con gli operai. Tra di loro la figura che più facilmente ci troviamo a salutare è quella che ha in mano la paletta siga/pare cioè fermo o vai e regola il traffico. Sono tutte donne che verranno pagate con qualche soldo. Gli operai sembrano sempre in eccesso rispetto a quanto mi è capitato di vedere nei miei viaggi. Fatto sta che assisto per un buon quarto d’ora alla spiegazione che uno dei capi fa a una delle ragazze su come funziona il lavoro con la paletta “Vedi, quando lui arriva gli mostri SIGA e lui capisce che può andare…”. Cioè dico un quarto d’ora.. ma vabbè, alla fine raggiungiamo Celendin la capitale nazionale del sombrero peruviano, qui di gran moda. Da qui saltiamo un pezzo che ci avrebbe richiesto dislivelli eccessivi in un centinaio di km, tempo risparmiato da dedicare a un giro attorno ad un vulcano colombiano di cui ci ha parlato un ciclista inglese amante dell’off-road. Il bus si ferma a Leymebamba, la mattina è piovuto e c’è fango un po’ dappertutto tanto che compro un paio di sandali e l’indomani pedalo con quelli. Prima di partire facciamo un salto al museo che qui ospita 220 mummie di epoca pre incaica rinvenute alla laguna de los condores. Ritrovate nel 1996 si sono conservate incredibilmente bene nonostante la grande umidità. Il processo di mummificazione prevedeva lo svisceramento attraverso ano o vagina e la disarticolazione delle principali articolazioni per ridurre al massimo l’ingombro. Le mummie appaiono rattrappite, con le mani spesso davanti agli occhi e le ginocchia sotto il mento. Hanno facce terrificanti e sono avvolte in tela. Davvero incredibili da vedere…Da Leymebamba la strada corre con il fiume che impetuoso scende alla nostra sinistra. Il fango lascia presto il posto alla polvere che ci investe ogni volta che incrociamo un camion. Ma arriviamo al Tingo che è il nome di un pueblito.. Qui ci prendiamo una cosa da mangiare, ad un certo punto si avvicina un pastore tedesco a cui facciamo 2 carezze. Ripartiamo e lui ci viene dietro, come quasi tutti i cani.. una volta uno era quasi ipnotizzato dalle bandierine tanto che seguiva senza togliere l’occhio dal loro sventolio. Il pastore però continua a seguirci dopo qualche km, lo seminiamo in discesa e ci riacciuffa ad ogni salita. Entra nel territorio di altri cani che lo attaccano, lui mostra i denti ma alla fine con la coda fra le gambe si viene a riparare dietro di me. All’inizio è divertente, cerchiamo dove accampare e ci terrà sicuramente compagnia, o magari deciderà di tornare. Ma continuiamo ancora un po’ e scopriamo che l’asfalto inizia molto prima rispetto a quello che dice la mappa finita di stampare 4 anni fa. Da li chiediamo alla polizia ferma in un posto di blocco di tenerlo, ma sembrano poco preoccupati di un cane in mezzo alla strada che ci segue. Ci fiondiamo cercando di seminarlo ma niente da fare. Lo aspetto e procediamo insieme fino a Caclic una frazioncina in cuic’è un posto di polizia a cui chiedo se ci possiamo accampare li a fianco. Nessun problema ed otteniamo un bel posto con il bagno della comisaria a nostra disposizione. Doccia e poi via a spiegare a tutti la storia di Tingo, questo è il nome scelto per il “nostro” cane. Mi segue ovunque, non cerca cibo, vuole solo stare con noi. Alla sera si mette di fianco alla tenda e dorme. Di notte si mette ad abbaiare e io “Tingo basta!” e lui smette al volo.. come se fosse il mio cane… Alla mattina ci fa festa e poi in accordo con le signore delle “Tiendas” (negozietti) li intorno lo portiamo in cucina, sempre io e lui dietro.. e poi ci diamo alla fuga. Sembra che sia il cane di un ristorante del Tingo e che si chiami Beethoven, perchè qui a detta di una signora “c’è l’abitudine di chiamare così i pastori tedeschi”. Trsisti ma allo stesso tempo felici per Tingo che ritornerà a casa, riprendiamo a pedalare lungo un canyon scendendo in un giorno fino a 500 metri. Risaie, alberi di papaya e banani ovunque. E poi cocco, mango, angurie.. Veniamo invitati in una scuola da bambini che stavano giocando e facciamo la conoscenza della mestra e di una ragazza svizzera che si era fermata li, “in the middle of nowhere”, non si sa bene perchè, viaggiando con i mezzi di trasporto. Noi in bici ci passiamo per forza e magari ci si ferma per rinfrescarsi con qualche bibita. Comuqneu i bimbi sonsempre curiosi e simpatici. Riprendiamo a pedalare dopoil bell’incontro ed il caldo si fa soffocante. Scendiamo al fiume e mettiamo i piedi a mollo. Raggiungiamo Bagua Grande e in qualche giorno cercheremo di arrivare alla frontiera con l’Ecuador…
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