Alcune volte la scelta del percorso si risolve puntando un dito su una mappa, semplicemente tracciando una linea fra 2 paesini di cui fino a quel momento non si conosce neppure l’esistenza. La meraviglia poi nasce nell’attraversare quella linea tracciata e riempirla di colori, incontri, animali e soprattutto emozioni. Gli ultimi 7 giorni sono stati pieni di tutto questo ed anche ben conditi con le difficoltà del viaggiare in bicicletta. Abbiamo passato la prima frontiera, quella tra Peru ed Ecuador in un punto di scarsissimo passaggio. Tutto sterrato, nessun bus che ci abbia passato o che abbiamo incrociato, l’attesa nella parte peruviana mentre l’impiegato finiva di pranzare. Qui a “La Balsa” la vita pare scorrere sonnolenta in attesa dei pochi attraversamenti giornalieri. Ad ogni modo passare da uno stato all’altro a me da sempre una certa soddisfazione e la curiosità di scoprire e lentamente abiturami a nuovi costumi, abitudini, cibo, moneta…
Prima della frontiera la strada corre lungo un’ampia vallata coltivata. Il fiume la rende particolarmente fertile. Pedaliamo inmezzo a risaie, campi di mais, ananas, papaya e caffè. L’asfalto si interrompe a Perìco, un piccolo pueblito a circa 100 km dalla frontiera,con poco o niente di interessante. Mentre siamo fermi a vedere di cambiare qualche dollaro in un negozio(perchè avevamo finito soles peruviani) arriva un ragazzo con un bimbo su una moto che ci fa:”Andiamo a casa mia?”. E’ Milton, un ex campione nazionale di mountain bike che ci invita a casa sua.Avevamo sentito parlare di lui da un ciclista incontrato a Cajamarca. Lo seguiamo in mezzo alla campagna,fino al suo casolare,ci racconta di essere amico e compagno di Lucho (il ciclista che ci ha ospitato a Trujillo) e che vorrebbe anche lui formare una “casa de ciclistas”.Milton è subito gentile e disponibile mostrandoci i comfort della casa… il ruscelletto gelido di fianco a casa sua per lavarsi,il “bagno libero” intorno a casa, e la possibilità di usare la cucina..ci laviamo velocemente per non farci pungere dalle zanzare in allerta, poi scendiamo di nuovo con la sua moto a 4 posti(noi due,lui e il bimbo) fino in paese dove ci porta in un localinoe iniziamo a conoscerci.. ci rialziamo dopo una discreta quantità di birre sul tavolo,e ci impegnamo di preparare la cena con quello che c’era in casa.. Dormiamo nella stanza con lui e il figlio e la mattina ci rimettiamoin viaggio prestissimo per raggiungere dopo una lunga salita San Ignacio, ultimo avamposto popolato prima della frontiera che da li dista comunque ancora circa 50 km. A San Ignacio compriamo come ormai consuetudine un po’ di verdure fresche per prepararci un’insalata e prima di tornare all’hostal ci fermiamo a bere una birretta. Quando facciamo perandarcene veniamo invitati da un signore a bere con lui e a chiacchierare dei nostri mondi reciproci. Ogni volta che una birra finisce ne ordina un’altra che beviamo nella tradizione di qui che prevede che io riempia il mio bicchiere e passi la bottiglia a chi mi sta a fianco. Poi gli passo il bicchiere vuoto e il giro cos’ continua.. A un certo punto lo abbiamo dovuto frenare altrimenti la bevuta sarebbe durata tutta la sera ed eravamo già stanchi e comunque contenti del bell’incontro. L’arrivo alla frontiera avviene in un giorno umido ma senza pioggia e già ci riteniamo fortunati considerati i racconti di altri ciclisti e soprattutto foto con fango ovunque. Le strade sono in continua manutenzione e dove ci sono cantieri c’è acqua e fango misto a pietrisco che rendono difficile rimanere in equilibrio mentre si pedala.
Mentre parliamo della fortuna di aver avuto un clima secco con l’impiegato ecuadoregno inizia a piovere a dirotto.. Benvenuti in Ecuador!.. Ma la sorpresa maggiore è la pendenza della strada sterrata. Ok, la consistenza sabbiosa che fa scivolare le ruote, ok le buche continue che fan sobbalzare le bici cariche. Ma qui le pendenze specie in prossimità dei fiumi sono a volte impedalabili. Tipo 500 metri di dislivello in 4-5 km con strappi che impongono di scendere e spingere a mano, sotto questa pioggia fastidiosa. Riusciamo ad arrivare in cima alla prima collinetta e a campeggiare vicino ad un posto di controllo dell’esercito. Prepariamo un riso e poi in tenda a guardarci un film prima di addormentarci. Il giorno successivo è stato estenuante. Non un tratto piano. Continue ripide salite con discese rapide al fiume dove la strada riprende a salire. I lavori in corso ci rallentano. A volte tocca guadare un ruscello. Ad hoc un paio di stivali di gomma che avevo preventivamente comprato e con cui pedalo nei tratti melmosi. Marghe invece indossa un copriscarpe antipioggia fissato con lo scotch per pacchi. I quadricipiti soffrono e le persone che incontriamo non sembrano credere che possiamo arrivare a Palanda in giornata. Ma noi pedaliamo quasi convinti. In un ultimo cantiere sento urlare dietro di me, butto la bici per terra e corro all’indietro. Marghe è piantata nel fango con le scarpe e non riesce a tirarsi fuori. L’aiuto e con tenacia, oltre che con le scarpe bagnate e infangate, riprende a pedalare e finalmente arriviamo a Palanda quando sta per fare buio.pensavamo che il peggio era passato.. ma Il giorno successivo,se possibile, è stato ancora più duro. Ci aspettano 1000 mt di salita al “cerro” come lo chiamano qui. Il cerro è ben nascosto tra le nuvole che minacciose non promettono troppo bene. E infatti dopo 20 km inizia a piovere. Pedalare sotto la pioggia non è poi la fine del mondo, ci si abitua. Poi però si aggiungono altri cantieri melmosi, torrentelli da attraversare ed in uno mi si stacca il contachilometri che probabilmente sarà arrivato a valle.. Saliamo di quota ed entriamo nella nebbia. Le poche macchine e i camion viaggiano con i fari accesi. Intorno a noi non si vede nulla, c’è acqua dappertutto, per terra, dal cielo, dalle cascate ai lati, sulle piante e soprattutto addosso a noi. Il vento poi aumenta la sensazione di freddo.arriviamo alla prima cima,vediamo un container dove ci ripariamo e ci cambiamo la roba bagnata con altra secca e più calda per prepararci alla discesa. Ma c’è una doppia cima… e siam costretti a pedalare ancora in salita prima di iniziare a scendere. Quando sembra che ce l’abbiamo fatta, ci fiondiamo per la discesa ma mi sento urlare da dietro “Aiuto! I freni non vanno!” Mi giro e Marghe sta tentando di frenare con le punte dei piedi. La fermo a braccio. I pattini sono consumatissimi, colpa soprattutto del fango misto a pietrisco. Da quel momento comincia una regolazione dei freni che ci permetta almeno di arrivare al primo pueblito. Di posti per accampare non ce n’è e intorno a noi (e dentro di noi) è tutto bagnato. Iniziano alcuni tratti di asfalto in discesa che percorriamo con i freni tirati, poi ci fermiamo per stringerli ancora un po’, regolarli perchè facciano un po’ di attrito sulle ruote. Sta per fare buio e oggi davvero non ce ne va una bene. Mi fermo per chiedere ad una famiglia con un pick up quanto manca a Yangana, il primo paesino sulla nostra strada. Mi dice che dobbiamo ancora fare una salita e poi molta discesa. Non ce la faremo mai, cerco con la vista mentre pedaliamo un posto per accampare quando da dietro ritorna il pick up che ci propone un passaggio per coprire gli ultimi km. All’idea di un’altra discesa con i freni che non vanno accettiamo di buon grado e ci ritroviamo a Yangana felici per come è andata a finire. il giorno seguente facciamo solo 20 km,immersi in un vento che oer varie volte ha fatto scendere Marghe dalla bici per non ribaltarsi..arriviamo a Vilcabamba, un paesino pieno zeppo di “gringos” e di servizi tarati ad hoc (menu vegetariani, piatti internazionali, wi-fi negli ostelli..).Pare sia un posto molto rinomato in Ecuador perchè ci vivono molti centenari e perchè è una delle mete preferite da stranieri per trasferirsi a vivere al momento della pensione.ci fermiamo per lavare Diana e Bomba che si meritano un bagnetto pure loro,poi laviamo le nostre cose in una lavanderia e cambiamo i freni della bici di Marghe.. Ora c’è l’asfalto davanti a noi. Dopo Loja inizia la Panamericana che ci porterà ad attraversare ed a scoprire l’Ecuador.Nei primi giorni di permanenza già saltano all’occhio molte differenze con il Peru. In Ecuador la gente sembra abituata alla presenza ed alla vista di stranieri. Diminuiscono immediatamente i saluti delle persone che si incrociano e che abbassano lo sguardo al nostro passaggio. Se salutate comunque tutte ricambiano con gentilezza. I bimbi sono sempre curiosi ma meno frequentemente ci sentiamo urlare da dietro “Gringo!”. Qui si è più “invisibili” diciamo.. In cambio c’è una varietà molto più grande di cibi che riusciamo a mangiare. Spariscono subito i ristoranti di pollo alla brace di cui il Peru è stracolmo.  Nei menu ci sono diversi piatti senza carne. Alla mattina per colazione sono molto buone le “humitas” fatte con farina di mais avvolte nelle foglie delle pannocchie e cucinate fritte o al vapore.diciamo che hanno il sapore di una polentina e qui è usanza accompagnarle a caffè che per ora è molto buono. E per ultimo.. qui la moneta nazionale è il dollaro americano.
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