Il viaggio in bicicletta riserva sempre sorprese, ti conduce ogni sera a terminare la giornata nei modi più improbabili. E’così che ci ritroviamo ad ascoltare la storia di Manuel. Lo incontriamo a Susudel, un paesino che non c’è neppure sulla mappa. Ci fermiamo davanti all’ultimo negozietto sulla strada e lui sta li seduto. Ci dice che non ci sono hostales e chiediamo allora se c’è una casa municipale. Ogni pueblo pare averne una che utilizza per usi ricreativi e che concede a chi ha bisogno di un riparo per la notte. Ci informa però che il signore che ha le chiavi arriverà non prima di 1 ora e mezza. Ci sediamo accanto a lui e iniziamo a chiacchierare. E’ stato 7 anni negli Stati Uniti a lavorare come muratore. Ci racconta di come ha fatto ad uscire dall’Ecuador. Circa 8 anni fa ha pagato 15.000 dollari che alla fine sono diventati 23000 con gli interessi, per avere documenti falsi e 3 tentativi per riuscire ad entrare negli USA passando a piedi la frontiera con il Messico, inseguito da cani e soldati e in cui non di rado ci scappa il morto. Viaggia poi compresso in un furgone fino a Los Angeles e, usando la propria vera identità, prende un aereo fino a New York in cui inizia a lavorare nell’impresa di costruzione del “Patròn”, un italiano. L’impresa era totalmente composta da “puro ecuatorianos”, solo ecuatoriani.. Impiegherà 2 anni e mezzo per ripagare il proprio debito. Poi dopo 7 anni decide che è venuto il momento di tornare e ci racconta le sue titubanze all’aeroporto con le valigie in mano mentre guarda tutti salire e in testa mille dubbi se stia facendo la cosa giusta. Tornerà con un volo del costo di 700 dollari (lo dice sorridendo al pensiero di quanto gli è costato quello di andata). Suo zio utilizzò tutti e 3 i tentativi. Rispedito a casa le prime 2 volte, la terza entra negli Stati Uniti e ancora in attesa di ricevere i documenti americani viaggia verso New York insieme ad altri stipati dentro a un furgone che a un paio di ore dalla meta si pianta contro un palo della luce. Arriva l’ambulanza, la polizia, ed il sogno per lui è finito. Prima finisce in galera per un anno e poi viene rispedito a casa. Ora Manuel lavora costruendo insieme ai suoi fratelli mattoni, come tutti quelli che abitano in questa zona. Ha un pezzo di terra con ortaggi e frutta, qualche pecora di cui va fiero e che vuole che fotografi. Dormiremo a casa sua preparando la cena nella sua cucina. Incontrare Manuel è il sale del lentoviaggiare, respirare le vite e le peripezie di chi vive in un altro luogo vale molto di più di visitare qualunque palazzo, museo o monumento.. che comunque non disdegnamo, come a Cuenca, una città di cui ci innamoriamo presto. Nei miei 20 anni di viaggi in giro per il mondo mi è capitato di passare in luoghi in cui ho pensato che mi sarebbe piaciuto vivere. Cambiare Bologna per un altra città è gara dura per me. Serve che sia viva, con un ritmo più umano, con attività culturali e in cui mi trovi più a mio agio che in altri posti. E allora Bali, Mendoza, Bariloche, ed a questa lista da ora si aggiunge anche Cuenca. Il fiume le passa in mezzo, la città vecchia lo guarda dall’alto. Andiamo al museo del Banco Central in cui visitiamo una mostra etnografica rimanendo a bocca aperta mentre guardiamo le teste mummificate e rimpicciolite fino alle dimensioni di un pugno a scopo rituale. Hanno un non so che di terrificante , e forse proprio per questo le troviamo affascinanti. La sera veniamo invitati a cena in un locale  del centro da Jaime, incontrato lungo il percorso. Ciclodipendente, vive con 15 biciclette. Di professione avvocato ma di vocazione cicloamatore. Ha costituito un’associazione (Bicicuenca) con cui porta ogni giovedi decine di persone in giro in bici per la città. Vuole che Cuenca venga definità come Ferrara città della bicicletta e per questo sta realizzando insieme alle istituzioni un programma di costruzione di piste ciclabili già in corso d’opera. Ha un programma radio che ha lo scopo di far conoscere ai cuencani perchè la loro città è stata decretata patrimonio dell’Umanità e naturalmente uno spazietto per parlare di bici. Altra bella persona. Poi c’è Karina che coordina un progetto di RBC (Riabilitazione su Base Comunitaria) che ci porterà a visitare il giorno seguente. Argentina, anarchica e logorroica è quella che io definisco una persona viva, che cerca sempre di mettere del proprio nelle cose e di vedere il futuro come un’opportunità. Vive in una casa spettacolare a una decina di km dalla città insieme ai suoi 3 figli. Scattiamo foto a pareti, lampade e idee di cui quella casa è piena. Addirittura è appeso un tessuto ad una trave, ed anche se basso Marghe si ritrova con Lucas, uno dei figli, a fare acrobazie..
E poi c’è Saraguro, un pueblo autoctono in cui cambia anche il modo in cui si veste la gente. Gli uomini portano i calzoni sotto il ginocchio e indossano il poncho. La maggior parte ha i capelli lunghi. 2 chiacchiere scambiate con un ragazzo al nostro arrivo e alla sera mi ritrovo a giocare a calcetto in un campetto sintetico!
Tanti gli incontri in questi giorni tra cui anche quelli con alcune aasociazioni che lavorano con persone disabili. Visitiamo diversi progetti che pian piano riempiranno la sezione Incontri del nostro sito e che ci piacerebbe servissero per invogliare qualche “fisioterapista senza frontiere” a partire per dare una mano.
Il viaggio poi ci ha portato verso l’interno dell’Ecuador. Le diverse regioni che stiamo attraversando hanno i loro costumi tipici e anche le loro differenze nel cibo, ed è speciale avere la possibilità di apprezzarle. Dal punto di vista meteorologico mediamente fa freddino, ci spostiamo tra i 2000 e i 3500 mt. il sole che ci aveva abbandonato dal nostro ingresso in Ecuador, dopo Cuenca è riapparso allientando e non di poco le nostre giornate. Pedaliamo sempre con importanti dislivelli e spesso con freddo specie quando si è in prossimità del passo. Spesso veniamo salutati con abbaglianti, col clacson o con indice e medio dagli autisti di camion, bus e dalle macchine che incrociamo. Appena alziamo la mano in segno di saluto veniamo subito ricambiati da chiunque sia sul bordo della strada. E questo ci ripaga con gli interessi della fatica che facciamo ogni giorno. Ogni tanto qualche piccolo imprevisto tipo la catena che si rompe ma soprattutto il cambio che si rompe. Questo è decisamente più grave… fortuna vuole che ci trovavamo nei pressi di un pueblito con una piccola officina per bici. Il ragazzo mi dice che il cambio per lamia bici costerebbe 25 dollari ma lo ha finito. Però ne ha uno da 3 dollari e mezzo… Non c’è alternativa se voglio continuaree me lo faccio montare, ma per funzionare serve accorciare la catena in maniera che riesca quantomeno ad usare le 2 corone più piccole e a pedalare in salita. I giorni successivi saranno un fiorire di bestemmie e imprecazioni varie ogni volta che il cambio salta facendomi perdere il ritmo su salite inclinatissime.. Vabbè tutto si aggiusta.. Ora siamo a Guamote, poco prima di Riobamba, domani visiteremo un progetto in una zona indigena che dalla chiacchierata di oggi con Cesar, Pablo e uno dei promotori sembra essere molto interessante. Di sicuro sarà una delle tante perle che ci sta riservando questo viaggio.

 

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