Da Quito riprendiamo a pedalare verso nord, verso l’ultima parte dell’Ecuador. La strada sale e scende in mezzo a vulcani e ci porta a passare l’equatore e a tornare nel “nostro” emisfero. Prima di raggiungere Ibarra ci fermiamo una notte a Cayambe, un paesino sovrastato dall’omonimo vulcano che però rimane coperto da una coltre di nuvole. Facciamo anche un giretto per Otavalo, pare la città che attiri più turisti in tutto l’Ecuador, attratti qui dal suo famoso mercato e dagli abiti tradizionali che indossa la gente. A Ibarra veniamo accolti dal Dottor Viñan che lavora a Esmeraldas e che Margherita conosce bene. Ci guida letteralmente con la sua auto fin sotto casa. Conosciamo la sua famiglia e pranziamo con un piatto di pasta al pesto e funghi! La gentilezza con cui siamo stati ricevuti merita davvero di essere menzionata. Viñan ci ha organizzato 4 interviste, 3 in radio e una alla TV di Ibarra che si riceve nel nord del Paese. Veniamo coccolati dalla moglie con il cibo, dal figlio tornato dagli studi in Germania che ci porta alle interviste per radio e ci fa assaggiare un gelato artigianale fatto mescolando gli ingredienti in un ciotolone adagiato in un letto di ghiaccio.. Vien difficile ripartire ma così deve essere per andare alla ricerca di altri incontri ed altre emozioni. Scendiamo nella valle del Chota attorno ai 1500 mt. La popolazione è interamente nera, la campagna intorno completamente coltivata. Un cambio così repentino nella composizione etnica quasi spiazza. Fa caldo, beviamo qualcosa e poi iniziamo la salita per Tulcàn che sarà lunga e umida. Ci vorranno 2 giorni, ed a metà del secondo incontriamo Richard, uno scozzese che nota le nostre bici fuori da un parador dove ci eravamo riparati per mangiare un piatto di fave bollite e bere un caffè per vedere di scaldarci un po’. Parcheggia la sua bici e viene dentro. Corre in direzione opposta alla nostra e ci scambiamo quello che non ci serve più. Lui ci dà la mappa della Colombia, la SIM Card colombiana e un po’ di pesos che gli sono rimasti. Noi abbiamo solo da offrirgli la nostra SIM, la mappa già ce l’ha. Così, con tutto l’occorrente ci apprestiamo a lasciare l’Ecuador ed assaporare tutto ciò che la Colombia potrà offrirci. Alla frontiera ci sono problemi con i documenti. Pare che al nostro ingresso in Ecuador l’impiegato non abbia inserito online i nostri dati. Faccio presente che abbiamo ben 2 timbri che certificano il nostro ingresso, ma “naturalmente” non bastano. Devono telefonare a Zumba (dove siamo entrati) per verificare.. Dopo quasi 2 ore ci ridanno i passaporti con un nuovo ingresso ed un’uscita tra i quali ci sono 5 minuti.. Il passaggio alla frontiera colombiana invece è rapidissimo e ci permette di raggiungere la prima città, Ipiales. Sembra molto più viva delle città dell’Ecuador in cui ci siam fermati. Andiamo subito a caccia delle prime differenze e subito scopriamo l’arepa, una specie di tigella soffice di mais ripiena di formaggio.. una squisitezza.. Il caffè si chiama tinto e il significato in italiano ne descrive l’aspetto. Uno dei cambi più vantaggiosi tra i 2 Paesi sembra essere quello del tempo. Ai ciclisti che incrociamo lasciamo nuvole ed umidità per ricevere in cambio un bel sole. Poi qui i ciclisti abbondano. In Colombia la strada quasi mai si inerpica oltre i 3000 mt, se non per qualche passo saltuario che poi riporta a quote mediamente attorno ai 1500-2000 che qui significano una temperatura mite. A Ipiales comunque fa ancora freddo, siamo a 2800 mt. Lasciamo i bagagli nell’ostello e con le bici scariche andiamo a vedere il santuario di Las Lajas che si trova in fondo a una valle e ha la caratteristica peculiare di avere una parte sospesa, come a ponte. E’ domenica e la processione di gente rende la visita ancora più piacevole. Il santuario incrocia diversi stili, facciamo un giro tutt’intorno e da fuori riusciamo ad ascoltare il prete che prima di iniziare la messa allerta i presenti che potrebbero esserci persone che sono li non guidate dalla fede ma da altri interessi, e quindi di stare attenti al portafogli..
Quando ritorniamo a prendere le bici sappiamo che ci sta aspettando una giornata dai grandi dislivelli che ci porterà a Pasto, la capitale del dipartimento del Nariño. Scendiamo 1000 mt e ne risaliamo 1300 passando all’interno di una quebrada molto verde. Il caldo che ci assale si attenua man mano che risaliamo e a Pasto è già fresco. La città non ha niente di speciale e il giorno dopo la lasciamo per fiondarci fino ai 500 mt della valle sottostante. Qui inizia subito il rimpianto della pioggia che purtroppo non cadrà 🙂 La fauna urbana cambia, i banchetti ai lati della strada offrono frutta. Ci sono piscinette affollate che ci attirano come una dea tentatrice mentre noi siamo concentrati a sudare e spingere.. A Remolino è gran festa, pieno di gente seduta ai chioschetti, nei bar e ristoranti. Ci arriviamo troppo presto. Giusto il tempo di un paio di gelati e di un frullato di mora e riprendiamo a pedalare verso Mojarras che ci viene presentato più o meno come Remolino. Il paese praticamente è un insieme di case attorno alla pompa di benzina.. Ci sono stanze dietro alla pompa e lo stabile sembra uno di quei motel dei film americani. Festeggiamo i 3000 km e il maggior numero di km in un giorno con un bel po’ di birra in un piccolo chiosco ad un bivio in cui la ragazza serve da bere a noi e vende cocomere a quelli che scendono dai bus di passaggio. Sarà la prima sera che dormiremo in mutande, assaliti da minuscoli insetti che si divertiranno a pizzicarci tutta la notte. Benchè ormai sia abituato a viaggiare in bici non riesco a smetterla di sorprendermi per i diversi climi che riusciamo a passare nella stessa giornata, per le voglie che cambiano che passano da un brodo caldo a una granatina o a una bella fetta di anguria ghiacciata. Risalendo la valle del Patia la frutta lascia il posto a mattoni di panela, tanto somiglianti a quelli veri da rischiare di confonderli. La panela si usa per dolcificare, per fare dolci e quella che si chiama aguapanela una bevanda tipica da queste parti. Altra prelibatezza tipica “patiana” è il Kumis che è una specie di yogurt servito bello freddo e che al palato risulta più dolce dello yogurt e con un sapore di latte più intenso. Ora siamo a Popayàn, abbiamo appena attraversato il suo bel centro storico e ci siamo fermati alla Fondazione FEDAR che si occupa di ragazzi e ragazze con disabilità intellettive e domani ripartiremo indirezione di Cali in cui ci potrebbe scappare un incontro con il corso di fisioterapia dell’Università.
Ciò che non è possibile tralasciare di un viaggio in Colombia è sicuramente la sua storia, almeno quella degli ultimi 50 anni fatta dello scontro frontale tra lo stato e le guerriglie. La Colombia è un Paese che cresce al 5% ma pare che la crescita non sia per tutti. Quasi la metà della popolazione vive in condizioni di povertà. Il 15% dei colombiani vive in condizioni di estrema povertà. Evidentemente il conflitto sociale affonda le sue radici qui. In un tratto abbiamo visto donne anziane ai bordi delle strade nel vano tentativo di fermare macchine con una corda tesa per poi poter chiedere l’elemosina. Avremo quasi un mese per attraversare questo grande paese 🙂

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