Arrivati a Popayan ci incontriamo con Ricardo, il direttore della Fondazione FEDAR, con il quale facciamo una lunga e bella chiaccherata..ci parla della sua fondazione che si occupa dell’aspetto educativo di ragazzi e ragazze con disabilità intellettuale e sindrome de Down.L’attività è svolta in una bellissima Graja (tipo fattoria)che visitiamo il giorno seguente dopo averpassato la notte nella sala fisioterapia dell’associazione. La mattina seguente carichiamo le bici sulla ranchera,  e andiamo alla Granja insieme ai ragazzi e agli educatori. In pratica è uno spazio in aperta campagna in cui sono state costruite tante piccole casette a forma di fungo in cui prendono vita i diversi “taller”, ovvero dove si svolgono le attività. Quello che più ci è piaciuto è stata la maniera di intendere l’educazione. Nelle casette non ci sono porte e i ragazzi entrano ed escono quando vogliono, scelgono l’attivita’ che preferiscono, che sia musica, ceramica, pittura… C’è poi l’orto, una piantagione di caffè e qualche mucca.Ringraziamo per la interessante esperienza e ripartiamo verso l’unica lunga parte piana di tutta la Colombia che ci porta a Santiago de Cali, o semplicemente Cali(o meglio detta “la città della salsa). La città ha subito un’esplosione demografica durante il periodo d’oro del narcotraffico. Si è popolata oltremisura passando da essere un pueblito alla capitale regionale con 2.500.000 di abitanti. Subito ci siamo diretti all’università di fisioterapia,dove abbiamo un appuntamento con Celia,la coordinatrice del corso che ci fa da Cicerone presentandoci ogni persona che si muova dentro l’Università. Ci ritroviamo a parlare davanti agli studenti del settimo semestre (il corso ne prevede 10 in 5 anni di corso) e salta fuoriuna bella chiacchierata. Poi conosciamo a Madeleyne,una studentessa di fonoaudiologia che da qualche anno insieme ad altri studenti con specialità diverse (il dipartimento di salute pubblica comprende 7 corsi di laurea sanitari)ha formato il “Colectivo RBC”,che si occupa di riabilitazione ( e “animazione”)nei quartieri marginali della città. Ci presenta tutto il gruppo che era indaffarato a dipingere il faccia del “Che” sulla parete  ( che ogni anno viene cancellata..). All’imbrunire il patio dell’università circondato dai classici “baretti” si trasforma in una sala da ballo all’aperto.. incredibile.. marghe è fuori di testa.. i ragazzi si sonoportatipure l’impianto di musica..
La serata è spassosa,bel clima, birra e addirittura Marco riesce a farsi coinvolgere muovendo qualche passo di salsa..
Il bello è che tutto avviene dentro l’Università.Il giorno dopo siamo andati alla sede centrale dell’università dove è presente una radio ed è scattata un’altra intervista..
la visita alla città e al centro non ci ha soddisfatto un gran chè, ci siamo però goduti la visione di “una separazione”, un film iraniano molto bello e per di più in lingua originale 🙂 .. crediamo che la cultura colombiana non sia però pronta per questo film..
Torniamo a pedalare…il clima caldo a bassa quota fa fiorire a fianco della strada i banchetti di frutta. Tra le squisitezze da menzionare di sicuro c’è il guaràpo, succo di canna da zucchero con limone servito freddo.. un toccasana mentre si pedala sotto il sole. Poi le fette di anguria, i sacchettini di mango, di fruttamista, le fette di ananas… e poi il salpicòn, una bevanda bella ghiacciata a base di frutta mista. Quando poi il caldo e la sete si fanno sentire non c’è niente di meglio di un raspado, che è una granita fatta con ghiaccio tritato al momento, con il suo succo e una crema di latte, poi ancora ghiaccio e succo e crema.. e la versione con la frutta che si chiama cholado..più che bevande sembrano dei piccoli capolavori..
La pianura però annoia, non mi piace pedalare in piano, per di più finiamo in una autopista piuttosto trafficata e sotto un sole cocente arriviamo ad incontrare Carlos, un ragazzo contattato tramite warmshowers, una comunità di cicloviaggiatori che si scambiano l’ospitalità. Finiamo a dormire nella finca (e che finca!) insieme anche ad un amico di Carlos che al nostro arrivo in città ci aveva avvistato e condotto fino a casa del nostro ospitante.
Passeremo una bella serata con la compagnia di 3 simpaticissimi cani. La mattina ci svegliamo con l’idea di farla finita con tutta questa pianura noiosa. Dopo giorni a fare tardi, il giorno a pedalare sarà faticosissimo, più per la nostra stanchezza che per la difficolta’ del tragitto. Almeno cominciamo a lasciarci alle spalle la pianura ed il panorama cambia immediatamente. Aumenta il verde ed entriamo in quello che viene chimatao l'”eje cafetero”. Intorno a noi piantagioni immense di caffè ci accompagnano fino a Calarcà un paesino tranquillo ed accogliente in cui finalmente possiamo riposare come si deve per affrontare il tappone del giorno dopo. Sveglia alle 6 e partenza alle 7 per “La Linea”. Questo il nome della salita che connette la parte di Colombia in cui ci troviamo, con il centro de Paese. 22 Km per 1700 metri di dislivello. Finora con le pendenze più dure ci siamo mossi ai 5 km/ora, quindi calcoliamo circa 4-5 ore. La strada è percorsa da una vera processione  di camion che sbuffano in salita e gridano in discesa in cui il motore su di giri a volte ci molla. Cerchiamo di mantenere l’equilibrio e soprattutto di non farci schiacciare dal rimorchio che stringe verso di noi ad ogni curva. I primi 10 km scivolano via bene e facciamo una pausa per berci un’aguapanela calda. Da lì la strada sale “a chiocciola”.. con pendenze a volte difficlmente pedalabili con tutto il carico al seguito. Poi inizia il vento con forza patagonica che in certi punti mi butta giù dalla bicicletta. Marghe in 2 occasioni non riesce a tenere la sua e si ritrova per terra. Quando soffia forte, il vento ti butta in mezzo alla strada e ti lancia addosso sabbia e terra.. meglio spingere. Mentre saliamo osserviamo una delle tante maniere in cui la gente va in cerca di qualche spicciolo. Un gruppo di ragazzi in prossimità di una curva stretta che danno indicazioni al camion in arrivo su come prendere la curva, se hai un altro camion dall’altra parte o se la strada è libera. A volte l’autista tira giù il finestrino e lancia qualche monetina nel cappello dei ragazzi.. Ogni tanto mentre saliamo veniamo superati da un camion e dietro c’è uno in bici attaccato che si fa trainare.. Verrebbe la voglia, ma “duri e puri” continuiamo per la nostra e dopo circa 5 ore siamo in vetta. Il vento ci preoccupa per la discesa ma basterà scendere qualche km per essere più riparati. Non  ci godiamo granchè della discesa perchè finiamo spempre dietro al culo di un camion che frena continuamente per non mandare su di giri il motore e ci fa respirare a pieni polmoni i suoi gas di scarico. Arriviamo dopo una ventina di km a Cajamarca e ci spariamo un gelato “casero” io di arachidi e Marghe di mora. Arriviamo ad Ibaguè verso le 16 e ad attenderci c’è una bella fetta di anguria prima del meritato riposo.Non sembra siamo capitati in una ridente città visto che in ogni strada ci dicono di nonpassare perchè è pericolosa e in più all’ostello ci chiedono di firmare e lasciare le impronte digitali… vabbè..non poteva andarci sempre bene…Ora si Continua per la capitale.. anche lì passeremo dall’università e visitando un altro progettino..

 

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