A Tulear sto solo un giorno in cazzeggio, dentro l’albergo, attaccato al PC per pianificare bene il da farsi e cercare info sulla epidemia di peste che sembra preoccupare i mezzi di informazione internazionali. Un altro degli aspetti del viaggio in bici è che sono sempre in mezzo alla gente. Continuamente. Quindi nonostante mi consigliassero tutti di andare a Ifaty o a Mangily per il mare bello, ho deciso di riposarmi e di uscire solo per mangiare. Così ho visto e parlato un po’ con la fauna che frequenta l’albergo. In primis Roberto, un italiano che vive ormai da molto qui, ha una compagna di 40 anni più giovane di lui che non mantiene come si potrebbe pensare perché ha un ottimo lavoro, oltre al fatto che l’albergo è di proprietà della famiglia di lei. Chiacchieriamo dell’Italia, di ciò che l’ha spinto lì, di cosa ha lasciato e il tempo scivola piacevolmente, almeno per me. Verso sera si presenta uno sloveno che mi tocca in continuazione e parla di alieni e filosofia, oltre che del Madagascar come Paese di merda. Dopo 11 anni e problemi con la compagna qui, a Giugno prossimo sostiene che tornerà in un piccolo paese della montagna slovena. Storie di vita che ascolto con piacere almeno fino a quando lo sloveno mi prende il viso fra le mani e mi dà un bacio.. in fronte.. Per fortuna se ne va e io termino la serata assaggiando un po’ di rum. La mattina dopo faccio su tutto e pedalo fino alla stazione dei taxi brousse. Appuntamento alle 7 ed eccomi li 5 minuti in anticipo. Le operazioni di assemblaggio del blocco bagagli sullo Sprinter vanno avanti un paio d’ore. Devo dire che sono degli artisti in questo. Un incrocio fra campioni di tetris ed esperti di bondage per come legano perfettamente anche i cesti con dentro i polli.

Alle 9.15 partiamo per un viaggio che durerà 22 ore.. Le prime 9 sono sparate. Il choffeur va a balla, c’è luce e raggiungiamo Fianarantsoa poco prima dell’imbrunire. Ogni qualche ora ci fermiamo per i bisogni e a mezzogiorno per il pranzo. Io mi faccio una birra poco distante, tanto di vegetariano non avranno mai niente, ma mi ero premunito comprando roba a Tulear. Tra l’altro mentre torno dal bagno una signora mi fa notare che c’è un piccolo camaleonte verde e giallo per terra e faccio i mio primo incontro nel luogo meno probabile.

Quando fa buio, l’esercito ferma i taxi brousse e crea una sorta di andatura a convoglio, per poterlo scortare meglio e difenderlo dagli assalti. Questo porta come conseguenza che procediamo molto più lentamente che di giorno. E per fortuna, così ho più tempo per riposare ma anche per lasciare che faccia giorno. La stazione dei bus è un posto in cui non credo sia bello sostare al buio. Il ritmo rallenta così tanto che arriviamo alle 6.30 e riesco a partire dopo circa un’ora. Non ho riposato tanto ma ho voglia di pedalare e di allontanarmi da Tana che non è decisamente una città che definirei attraente.

Trovo subito la strada giusta che mi porta verso est e pedalo tranquillo. Le notizie sulla peste sono più rassicuranti di quello che sembri. Intanto l’OMS ritiene che il rischio di trasmissione nella vita quotidiana sia minimo e per questo è contraria a ogni forma di restrizione dei voli dal Madagascar. Di recente ho letto che le Seychelles hanno vietato l’atterraggio dei voli provenienti da qui. Dalla zona in cui sto per addentrarmi arriva il malato numero 1 ma l’epidemia ora (se si può parlare di epidemia) è più nella capitale (qualche decina di morti) che a Tamatave dove ieri per esempio non c’è stato nessun caso di morte o di diagnosi. La gente comunque sembra non preoccuparsene, anzi ci scherza. Io 2 robe me le sono lette e il mio buff lo tengo sulla bocca fino almeno all’uscita dalla capitale. La parte est è subito molto più verde. Mi aspetto pioggia in questi giorni anche se oggi c’è stato un gran sole. Ma ora che sono in camera sono venti minuti che sta diluviando con tuoni e fulmini. Tipico temporale da stagione delle piogge che qui è attesa a breve. Oggi comunque ho assaporato piccole differenze. Molti meno bambini che chiedono soldi, molto più verde e forse una maggiore abitudine al turista.

La notte è piovuto un sacco e in maniera battente e la mattina una coltre di nebbia mi aspetta fuori dall’albergo. Risolvo i dubbi sull’organizzazione della giornata decidendo per una partenza poco dopo l’alba. Alle 6 sto già attraversando l’ultima tratto di Moramanga e riprendo a salire e scendere incrociando e raggiungendo un po’ di gente che corre o fa ginnastica. Le piccole goccioline di nebbia in sospensione mi si appoggiano sui peli del braccio e mi rinfrescano. Si sta bene, non fa caldo e la pendenza è spesso ben pedalabile. In breve sono all’ingresso della riserva di Mitsinjo gestita da un’associazione di tutela ambientale. E’ una delle 3 riserve che si trovano qui. La più grande e che si trova dall’altra parte della strada è il Parco Nazionale di Andasibe-Mantadia. Decido per Mitsinjo oltre per il fatto di essere un’associazione e parte del ricavato finisce alla comunità locale, anche perché è piccola e sembra sia facile avvistare animali. Mi cambio la maglietta che è fradicia, inforco macchina e obiettivi e partiamo con la mia guida Marian, una ragazza tarchiatella che al’inizio procede così piano da infastidirmi. Questo giro come altri che ho fatto qui capisco segua un po’ un canovaccio sempre uguale che più o meno dà al turista quello che cerca. L’ambiente è una foresta secondaria rigogliosa, verde e umida. Subito vediamo un uccello che si appollaia su un nido a mezza altezza con in bocca qualcosa di bianco che immagino si mangerà. Poi qualche lucertola, insetto, qualche spiegazione su alcune piante e finalmente arriviamo al motivo della visita che sono gli Indri Indri, la specie di lemure più grossa dell’isola (e quindi del mondo.. che fa più figo). In mezzo alla foresta c’è un tizio col cappello che capirò poco dopo essere quello che sa dove sono. Lo seguiamo, ci addentriamo in mezzo agli alberi rimanendo impigliati un po’ dappertutto fino a quando siamo sotto gli alberi giusti. Sopra un po’ di lemuri smangiucchiano foglie. A un certo punto riabbasso lo sguardo e vedo Marian con un mazzo di foglie che mi dice di non muovermi perché lei e l’altro tipo si allontaneranno a cercare altre foglie per fare scendere gli Indri Indri. Dopo 10 minuti tornano ed un po’ agitandole e un po’ fischiettando un paio di loro scendono e un palmo dal mio naso. L’incontro è senz’altro ravvicinato.. Proseguendo poi riesco finalmente a vedere qualche camaleonte e anche bello grosso.

 

 

Rimango un po’ alla riserva, sono le 10,30 e non ho intenzione di rimettermi sui pedali. Le tappe fino all’isola di Sainte-Marie sono abbastanza definite e me la prendo con calma. Rimonto in sella e proseguo per un altro paio di km fino al villaggio di Andasibe. Trovo sistemazione in una cameretta carina appena prima del villaggio e conosco un gruppo di spagnoli con cui scambio 2 chiacchiere e sorseggio una birretta. Mi riposo in attesa dei prossimi 4 giorni in cui pedalerò continuamente fino alla meta finale.
Arrivare a Brickaville è stata veramente dura. C’è un sacco di discesa, passo dagli 800 metri fino al livello del mare ma i saliscendi continui tagliano le gambe. Piovvigina quasi tutto il giorno e procedo cambiando abbigliamento più volte. L’umore non è buono, mi sto un po’ stancando di pedalare o forse sento la fine vicina e la tensione ad anticiparla con un po’ di mare. Quando arrivo a Brickaville incontro i primi 2 ciclisti del viaggio che sono incredibilmente i 2 ragazzi polacchi che erano sull’aereo con me e che avevo visto avessero con loro come bagaglio a mano la borsa davanti della bici. Si sono fatti da Fort Dauphin all’estremo sud fino a qui. Muovendosi di 60-70 km al giorno specie su strada sterrata. Passo con loro una serata che definirei brutale a bere birra e finire con una bottiglia di rum solo con uno di loro. L’altro era stanco dopo una notte con una ragazza di qui (a pagamento). Quello che rimane con me ha 35 anni, 4 figli e una moglie fantastica. E anche lui ieri sera ci h dato ma dice di essere super pentito, che era ubriaco ecc. Dopo un po’ che parliamo arriva una ragazza si siede e inizia a parlare cercando evidentemente di fare serata e magari qualche soldo, anche se naturalmente alla parola sex è stato tutto un sorprendersi, “che no, assolutamente..”Alla fine la proposta era di andare in discoteca ma io proprio non ne avevo voglia e comunque la situazione era un o’ del cazzo. Entro in camera e dopo 5 minuti il ragazzo chiede di entrare perché vuole parlare con me. Mi dice che vista la situazione in discoteca ci va solo se andiamo in 2. Gli consiglio di andare a letto e ci salutiamo. Non so a che ora vengo svegliato da voci fuori dalla camera con il ragazzo che dice “no, no no!” e la tipa che bussa che vuole entrare. Alla seconda volta che rispondo in tono alterato “I’m sleeping” sento un “OK” e se ne vanno. Ora c’ho addosso un po’ la cassa, i vestiti vista l’umidità sono ancora bagnati e il percorso sarà come ieri, quindi dovrò sudarmela parecchio.

La giornata successiva ha l’umore altalenante. Mi devo dire “bravo” per aver gestito bene lo stomaco (dopo la notte brava). Solo frutta tutta la mattina (banane, papaya, frutta varia..) e un po’ alla volta, in maniera da non sovraccaricarmi e rimandare indietro il vomito con cui ero partito.

L’umore comunque non è dei migliori. C’è anche stanchezza nelle gambe e la consapevolezza che sarà un’altra giornata di saliscendi continui. Visto l’umore proprio non ce la faccio a gestire i mille saluti quindi mi metto le cuffie e la musica mi isola lasciandomi pedalare incurante delle urla, dei fischi, dei bonjour sparati da un km.. E’ dura, all’inizio piove fino a bagnarmi bene bene, poi il cielo si apre in una bella giornata di sole. Verso metà mi fermo a mangiare un po’ di frutta, strizzo la maglietta e ne metto un’altra. In genere alterno 2 magliette. Quando una è strabagnata mi metto l’altra e quella bagnata l’attacco sopra al borsone così si asciuga e posso cambiare ancora. Ma non ce ne sarà bisogno perché farà caldo tutto il resto della giornata. Devo ammettere che sto cominciando a cedere e mi sto stancando di pedalare. Il panorama è bello verde ma sempre uguale e molto stancante. Anche la relazione con la gente ormai non mi appassiona più. La realtà come sempre dipende da come la si guarda. Infatti arrivo a Tamatave percorrendo gli ultimi 30 km in piano in mezzo a continui palmeti. Non so bene come comportarmi quando all’ingresso della città trovo un tendocino con 3 persone con camice monouso e mascherine. Da qui sembra essere partito il malato numero uno. In città c’è un sacco di gente ma nessuno con mezzi di protezione. Verso la zona degli alberghi è invece tutto vuoto. I negozi tutti chiusi. E’ domenica. Mi metto all’Eden Hotel, recensito dalla LP come economico. Non mi piace affidarmi sempre alla LP ma nelle grandi città mi facilita e molto il lavoro e non mi fa perdere tempo. Non sembra esserci nessuno o forse sono fuori per qualche escursione. Doccia ed esco subito per una birretta nell’hotel a fianco. Poi vado a fare un giro e trovo una spiaggia vitalissima. Stracolma di gente, bancarelle con cocco fresco, stuzzichini di carne e pesce, chioschi con birra e cibo. Un lungomare in piena attività. Mi affaccio tra la folla e l’assembramento ricorda Riccione il 15 Agosto. Torno verso la strada e mi fermo in uno dei localini a bermi un’altra birretta osservando quello che succede. Pochi occidentali e sempre di una “certa” età, metà dei quali accompagnati da giovani malgasce. Davanti a me la gente si diverte con i classici giochi da luna park anche se in forma artigianale. Una fila di bottiglie per terra il cui collo va infilato lanciando un anello. Oppure tirare giù tutti i barattoli tirando 3 palle. Una specie di roulette in cui a girare è una ruota da bici con i numeri scritti sopra. Il clima qui è disteso e mi serviva. Guardando sulla mappa ora la strada si mantiene sulla costa, quindi dovrebbe essere più tranquillo e più divertente. Ho già visto un posticino in cui fermarmi a una 90ina di km da qui, sulla spiaggia, a farmi un bel bagno.

Il posticino si chiama Mahambo ed è già più di quello che mi aspetto da questi giorni. Sono comodamente seduto sulla poltrona fuori dal mio immenso bungalow a 20 metri dalla spiaggia. Scrivo, con il rumore delle onde nelle orecchie, di una giornata in cui ho fatto la cosa giusta. Stamattina alle 7 decido che si può partire, dopo una ottima colazione in un ristorante musulmano con paste, yogurt e caffè nero. L’obiettivo è vicino, poco più di 90 km abbastanza pianeggianti. La strada è tutto un buco, tratti di sabbia ma comunque l’asfalto, anche se a piccole strisce c’è un po’ dappertutto e mi permette di infilare traiettorie che non mi facciano continuamente sobbalzare. Per la prima volta incrocio il mare al bordo della strada, e che mare..

Da Andasibe viaggio con un mal di gola dovuto all’acqua e al sudore che mi han fatto viaggiare per 2 giorni completamente sudato. Paracetamolo e via a pedalare. Prima della svolta per il villaggetto mi fermo in un chioschetto a mangiarmi un paio di piatti di spaghetti sconditi che qui mangiano infilandoli dentro ad un brodo di pollo. Arrivo fino alla spiaggia e mi fermo a bere una birra di fronte ad un mare meraviglioso.

Non c’è anima viva. C’è un’unica coppia di malgasci che sta mangiando. Lui mi spiega che con la cosa della peste molti hanno disdetto. Buon per me. Dopo essermi gustato con tutti i sensi la birretta, riprendo la bici e sondo un po’ i prezzi, 2 contrattatine e con 40000 Ariary (11 euro) mi trovo un bungalow immenso. Il pomeriggio faccio un giro per la spiaggia deserta e scopro di là da una piccola insenatura il resort La Pirogue, recensito in un po’ di posti. C’è qualche biando e mi ci siedo perché è il classico ambiente chillout, quella che è un po’ la comfort zone che in un viaggio come questo ad una certa ci vuole. Birretta e mi godo il mare, bimbi giocare e scambi veloci di saluti con i pochi bianchi presenti, tra cui uno che mi dice che sono 3 anni che abita in Madagascar e in Francia non ci torna più. La sera mangio davvero male e se associato al mal di gola e alla tosse, diciamo che non passo proprio una notte serena. Decido quindi di trattarmi meglio e di riposarmi un giorno qui cercando, birra a parte, di evitare i fritti, mangiare frutta fresca e ingoiare paracetamolo.

La mattina con calma facio un salto sulla spiaggia perché ho scoperto che anche da qui parte la barca per l’isola di Santa Maria. Il prezzo sembra essere compreso tra 100 e 150mila Ariary, contro i 70000 che mi chiederebbero a Soanerana Ivongo, a 80 km da qui. Mangio un paio di piattini di spaghetti e un caffèlatte e poi torno nel bungalow, prendo la bici e torno in paese a circa 2 km dalla spiaggia, per comprare un po’ di pane imburrato, un cetriolone, 5 manghi e un caschetto di bananine. L’impasticcamento migliora la situazione , di per sé non tragica va detto.., ma non la risolve. Scopro che da qui parte una barca diretta all’isola tutte le mattine che costa 100.000 invece di 70.000 da dove la prenderei io se pedalassi altri 80 km. Ci penso su e nonostante la risposta sia chiara mi prendo tempo. Quasi punto la sveglia alle 4.30 per iniziare a pedalare alle 5. Poi rinsavisco e faccio la scelta giusta prendendomela comoda e salvaguardando la mia salute nel momento in cui toccherebbe alla fase relax. Barca, 4 ore di traversata ed eccomi sull’Ile de Sainte Marie!