Ad Antsirabe sono di nuovo della carica giusta per iniziare la via verso sud. Rispetto a Morondava il clima ricambia drasticamente. La sera a letto con la coperta e durante il giorno pochissimo sudore. Anche nelle ore più calde una bella arietta fresca rende piacevole la pedalata. Ora sto scrivendo ben coperto da un plaid sul letto dell’albergo di Ambositra, fatto interamente in legno. Stavolta in assenza di doppie mi è toccato prendere addirittura una tripla per la somma di 45000 Ariary (14 euro). Alle 5.30 sono suonate le campane e in un’ora in piena campagna è un suono continuo di galli che cantano, bambini che parlano, attrezzi e motori agricoli. Tutt’intorno per ora è avvolto nella nebbia.

Per arrivare qui ho pedalato poco meno di 100 km in un contesto agricolo in piena attività. Arare i campi, piantare il riso, cuocere mattoni sono le attività che più si vedono al mio passaggio. Sul ciglio della strada sacchi pieni di carbone aspettano compratori.

Altri vengono invece trasportati in bici con fatiche sovrumane e a spinta su per i continui saliscendi. Incontro anche una mamma con un bimbo su una carriola tipo quelle da muratori che spinge su per il pendio fermandosi ogni 20 metri. Per tutti quello che non manca è il sorriso. Incrocio ragazzi e ragazze che tornano da scuola e lavoratori che tornano dalla loro giornata. Le donne sempre cariche in testa di ceste piene di ogni cosa, da stoviglie a bottiglie. Alcune portano libri o vestiti.

Di sicuro il nero non va di moda e a volte questi colori sgargianti sono un buono spunto per una foto in un campo di riso.

Queste sono le tappe che marcano i passi più alti qui in Madagascar. Oggi il più alto era a 1700 metri e direi non toccherò più certe vette. In altura, diciamo così, ci sono i pini come da noi e il profumo mi riporta con la mente a casa. E’ anche zona di produzione di miele, e a forza di vederne di banchettini che vendono per strada e dopo aver passato la cooperativa di produttori mi fermo e mi prendo mezzo litro (è in bottiglie di plastica) direi di millefiori.

Va detto che per un vegetariano qui non è facile perché comunque esiste anche l’aspetto sanitario per cui spesso ricorro a cibi confezionati che dopo un po’ stomacano. Per questo il miele mi darà energia e sarà la base delle mie colazioni future almeno fino a Tulear. Oggi mi sono immerso nella parte profonda del Madagascar, fatta di piccoli villaggetti e di grandi povertà. Diversi adulti oggi hanno teso la mano chiedendo soldi al mio passaggio. Dopo pochi km sulla mia destra ho passato diverse persone che stavano spaccando pietre per ricavarne sassi più piccoli. Le madri portano con sé i figli che stanno un po’ più lontano giocando con quello che c’è mentre la mamma spacca pietre. La fortuna di essere nato nella parte ricca del mondo di nuovo mi appare chiara. Io pedalo, sono le mie vacanze, e loro mi salutano sorridendo. Si fermano per salutare sorridendo. E’ un po’ straniante devo ammettere il divario economico e di futuri possibili che c’è tra me e loro. Sono grato alla vita della fortuna che mi è capitata, sarebbe bello ne fossimo tutti più consapevoli. La strada che percorro è la Nazionale numero 7 e spesso incrocio macchine 4×4 con all’interno turisti “occidentali” portati in giro dall’autista/guida. E’ un modo per ottimizzare il tempo ed il turismo ha bisogno di velocità in un Paese grande come questo in cui le principali attrattive sono molto distanti tra loro. Ma è anche un modo freddo di vivere l’esperienza. Davvero farei fatica a fare cambio. Niente è più ripagante dei sorrisi e dei saluti che ti vengono ricambiati dalla gente che lavora nei campi e che incontro ogni giorno al ritmo lento della mia pedalata. L’idea per oggi sarebbe stata quella di fermarsi alla Riserva Privata di Italala che però non si è vista e così ho deciso di proseguire fino al paese di Ambohimahasoa. Al primo cartello “chambre” mi sono fermato e con un incrocio linguistico improbabile ho capito che avevano 3 tipi di camere a diverso prezzo. Ho preso quella che costava di meno con la doccia fredda a secchiate in camera e un letto matrimoniale comodo. La zona è prima del piccolo centro ed è tranquilla.

Poco fa sono andato a fare un giro nel paesello e mi sono fermato a bere una birretta nel locale “giusto”. Mi siedo al tavolo. Al piccolo bancone di questo negozietto di cose varie tra cui alcol, ci sono 2 ragazzi che stanno bevendo birra e soprattutto l’acquavite di qua. L’alcol a basso costo. A un certo punto arriva un terzo con una chitarra e comincia a suonare mentre uno dei 2 canta. L’atmosfera si fa subito leggera e piacevole e mi fa sentire nel mezzo della società che sto visitando, esattamente nel luogo in cui voglio trovarmi. Il ragazzo del negozio mi chiede cosa stia facendo li e se conosco una ragazza giapponese, “forse si chiama Kasami”, ed è già la seconda volta che mi viene detto. Qui è chiaro che non c’è l’abitudine al turista in bici. Finora non ho incontrato nessun cicloviaggiatore. Ovvio ce ne saranno stati tanti, ma di certo non è una meta tanto battuta. Quando passo alcune delle reazioni che stimolo sono di stupore. La gente smette di fare quello che stava facendo per guardare il mio passaggio. Non so che impressione dia, se qualcuno pensi che stia cominciando il turismo nelle loro zone o che altro, ma mi piace l’idea di essere un diversivo ad una giornata tipo che si ripete continuamente.

Piove ad Ambalovao. E’ tutto il giorno che promette acqua e per fortuna arriva ora che sono nel mi bel lettone pronto per guardarmi un filmetto. Stamatina sono partito con calma, ho fatto un piccolo check-up alla bici e scoperto che il disco dietro balla.. e io non ho la chiave.. Mi fermerò da qualche biciclettaro.

Mi colaziono per bene con pane e miele e fuori dall’alberghetto compro qualche banana. La collina che affronto oggi è come si dice “dolce”. Il saliscendi è continuo ma solo in pochi casi mi fa salire più di 200 metri. E comunque c’è da spingere. Pedalo vicino all’imbocco della strada per il parco di Ranomafana e si vede qualche auto di turisti in più. Uno se ne esce dal finestrino di un piccolo bus per salutarmi. Il solito e continuo sali wazaha dei bambini oggi è molto più insistente. Mi seno chiamare da ogni parte. A volte non vedo neanche chi, magari dietro a un albero o sprofondato in qualche risaia. Alcuni mi salutano e chiedono Bon Bon da così lontano che sarebbe comunque impossibile qualunque scambio. Un paio di volte le mamme li hanno zittiti. Dopo il saluto solitamente chiedono bon bon. Non so da dove sia nata questa cosa ma si vede che qualche straniero deve aver dato qualche caramella a qualcuno, oppure è una leggenda che si tramanda. Gli adulti invece chiedono soldi con la mano tesa. Attraverso alcuni distretti con piccole cooperative che producono oggetti in legno e intessono lana. Verso mezzogiorno sono a Fianarantsoa, una cittadina di 200.000 abitanti in cui mi ferm solo per farmi aggiustare il disco. Il ragazzo che se ne occupa dà l’idea di avere capito ma non ha la chiave giusta per fare quello che ha in mente. Per cui sparisce in bici con la mia ruota e mi lascia con un ragazzo che studia da pastore luterano. Ha moglie e 3 figli e mi spiega che il ragazzo ha studiato in una scuola la riparazione di biciclette e che a scuola hanno molti più attrezzi e di sicuro ci sarà quello che serve. Infatti dpo mezz’oretta torna e la ruota è a postissimo.

Ringrazio e pago 7000 Ariary (2 euro) e riprendo la marcia questa volta più spedita perche spesso le discese mi danno abbastanza spinta per prendere di slancio e salite. Verde e marrone sono sempre i colori dominanti, la coltivazione a terrazza lascia il posto a quella in piano. Bambine trasportano pile di mattoni sulla testa, altre frasche lunghissime o sacchi di carbone. Si dan tutti un gran da fare e salutano quando passo. Spesso suscito ilarità e dopo il mio passaggio sento le risate. In effetti devo essere un po’ buffo con la mia bici, almeno dal loro punto di vista. Ab Ambalovao mi fermo quasi subito in un piccolo albergo con una scritta che fa riferimento all’ospitalità malagasy. Senza francese mi faccio dire quanto costa una stanza (25000 – 7 euro) e la prendo subito, doccia a secchiate e poi in centro a mangiare un riso alla cantonese e un piatto di spaghetti con una bella birra fresca. Anche se qui stasera fa fresco. Sono fuori con i braghini corti e la felpa di pile e sento che è meglio che torni all’ovile. Le mie gambe cominciano a sentire il bisogno di riposo, ma ho ancora 4 giorni da pedalare fino a Tulear, poi li un paio di stop me li prendo.

Oggi è forse stata la giornata con i panorami più belli. Intorno a me sono comparsi blocchi e picchi rocciosi e la strada me li ha fatti passare uno a uno. La fortuna ho voluto che avessi il vento dietro quasi per tutti i primi 100 km e me la sono goduta tutta. Avevo letto su una guida che il parco dell’Isalo, a cui passerò vicino domani, è degno del Grand Canyon. Su questo non metto parola, ma che il paesaggio abbia qualcosa che richiama ad ambientazioni western, questo sì. Incontro pochi vilaggi lungo il mio passaggio. Come dappertutto, anche qui la gente c’è e cammina per strada o sosta in attesa di qualche passaggio.

 

 

Ma è molto più rada. Ci sono molti tratti in cui sono davvero da solo. Il vento mi spinge e muove i ciuffi gialli e rossi nei campi intorno a me. Alzo lo sguardo ed ecco le montagne. Robetta se paragonata alle nostre, ma nell’insieme è davvero un panorama spettacolare. Spingo ma ne vale la pena. Dopo circa 90 km sento che ho bisogno di mangiare qualcosa, ma il primo posto è ancora qualche km più in là, soprattutto dopo una salita con vento contrario. Stremato arrivo nel paesello e quasi sconsolato lo attraverso vedendo che non ci sono ristoranti. Di solito cerco un hotel (ce ne sono pochissimi nei paesini) che ovviamente fa anche da ristorante. Intendo sedie, tavolo e qualcuno che cucina. Le alternative qui sono il cibo da strada, per lo più fritto, banane e papaya ma non ci posso pranzare sempre. Alla fine del paese ne trovo uno che mi prepara da mangiare. Intanto mi bevo una birra ghiacciata e siccome è poco più dell’una mi tengo buono almeno un’ora di riposo prima degli ultimi 36 km. Il riposo e la birra mi mettono di buon animo. Mi metto le cuffie e riparto affrontando di petto il vento. Intendo almeno con la tattica giusta. La cosa che più fa la differenza in queste situazioni così come in tante altre della vita è l’attitudine, la maniera con la quale ci rapportiamo a ciò che ci sta accadendo. Ed è proprio in questo tratto che con i C.S.I, nelle orecchie mi commuovo. L’album è stato scritto dopo un’esperienza del gruppo sugli altopiani mongoli. E qui sull’altopiano malgascio fa lo stesso effetto. Mi amplia le emozioni, mi mette di buon umore, mi fa cantare mentre spingo nonostante sia violentato dal vento, sbattuto continuamente sulla mia destra. Sono contento, anzi felice. La felicità come stato non permanente va gustata quando si manifesta. Nella mia vita ci sono stati picchi nei quali mi sono ritrovato felice. Non aspiro ad essere felice ma a regalarmi momenti di gioia. Oggi è stato uno di quelli, ed anche se meritavo una stanza in un bell’albergo, alla fine sono finito nella peggiore in assoluto ma per quello che ci devo fare, cioè guardare un film e dormire va più che bene. Dal punto di vista statistico è anche quello che è costato di meno (12000 Ar – meno di 4 euro). Quando ho visto la camera ho tentennato pure io, poi ho capito che dovevano cambiare la biancheria e lavare per terra con acqua sporca. Gli ho fatto eliminare qualche ragno e ragnatela e ora mi appresto a gonfiare il materassino perché il letto è una lastra di legno….

…Sarà che il posto in cui ho dormito era veramente una bettola, ma la mattina mi preparo veloce e alle 6.30 sono operativo. L’aria è frizzantina e il cielo è coperto. Mi metto i manicotti e il paravento senza maniche, saluto la signora dell’”albergo” e mi metto a pedalare al fresco. Dopo circa 7 km inizia la salita che per tornanti mi espone in una direzione ad un vento respingente e nell’altra al silenzio spaziale quando il vento ti spinge perfettamente dietro. In cima la vista è meravigliosa. All’orizzonte una piccola striscia azzurra lascia intravedere il tempo che sarà. Comincia una lunga, interminabile discesa con il vento perfettamente dietro.

Che mi porta ai 30 km/h direttamente a Ranohira. Davvero non c’è molto da dire. La spinta è forte, pedalo su un altopiano in cui lo spazio abbonda . Poche collinette da superare e Ranohira è li che mi aspetta. Al parco chiedo info e un’idea di come organizzarmi. Fenu, una giida mi si appiccica fino all’albergo che trovo (chez alice) ma che ha pieni tutti i bungalow. Decido di piantare la tenda. Il posto è finalmente comodo. 7000 Ar (2 euro) per piantare la mia tenda e stasera almeno potrò stare sveglio anche fino alle 22! Sto seriamente pensando di fare l’investimento (50 euro) e fare la visita di un giorno domani al parco..

Durante la giornata incontro Tim, un ragazzo francese, scambiamo qualche racconto di viaggio e decidiamo di smezzarci la sua guida e fare il giro insieme. Devo dire che stavolta la decisione presa è stata ottima. Il parco si visita a piedi. Ci sono diversi gruppi. L’organizzazione non permette contrattazioni. L’ingresso al parco è 65000 Ar, la tassa comunale è 2000 Ar e la guida costa 120.000 Ar. Ci addentriamo nella campagna dietro alla reception e camminiamo circa 4 km prima di raggiungere il massiccio ed infilarci dentro. Il panorama cambia e siamo ora immersi tra pareti di roccia e piccole oasi create dl fiume che scorre all’interno. Durante la passeggiata la guida si ferma facendo finta di ave scorto qualcosa (lo farà tutti i giorni) e ci fa cercare l’animale stecco che non riusciamo a vedere neanche a 20 cm dal naso. Incredibile quando ce lo mostra. Era li, perfettamente mimetizzato davanti ai nostri occhi. Poi passiamo una specie di pianta carnivora, dei piccoli baobab in fiore fino ad arrivare alla prima piscina che è anche la più soleggiata ci vien detto e ne approfittiamo subito per un bel bagno fresco fresco.

 

 

 

 

Poi riprendiamo la camminata che risale all’aperto per arrivare al camping dove i sono una buon quantità di lemuri e finalmente li vedo da vicino. Alcuni hanno il piccolo attaccato ala schiena. Sono davvero buffi con quella coda così lunga, ma vedere animali liberi mi lascia sempre una bela sensazione. Ci infiliamo in un piccolo sentierino nella vegetazione e dopo poco vediamo un’altra specie di lemuri, tutti marroni. Dopo qualche km di cammino su e giù seguendo il corso di un fiumiciattolo arriviamo alle altre 2 piscine. La blu e la nera e anche li facciamo un bel bagno. Poi al ritorno andiamo a vedere una cascata passabilissima. Il ritorno è sotto il sole ed è una mezza sofferenza. All’albergo, saluto Tim che prosegue in taxi brousse fino a Tulear, mi faccio una doccia e poi esco a farmi 3 birre al “bar”. Li fuori ci sono un paio di donne con arachidi tostate e salate che fanno gola. Metto li un 1000 Ar e mi dà 10 cucchiai di arachidi giuste giuste per bloccarmi lo stomaco. Ma avendo mangiato in tuto il giorno solo un paio di pacchetti di biscotti alla fine le arachidi e la birra sono state il mio meritato pranzo.. I 2 giorni successivi copro i 250 km che separano Ranohira da Tulear fermandomi a dormire in un posto gestito da un indiano del Gujarat che mi dà una bella stanza per 40.000. Ha messo su un posto che capisco sia molto vivo i weekend e quando arrivano i compratori di gemme. La zona che attraverso è famosa in tutto il Madagascar per gli zaffiri. Sia Ilakaka che Sakaraha sono stracolme di piccoli negozietti con enormi insegne tipo “World Gem” o “Gem Paradise”.. Ci sono pochissimi villaggetti fino a Tulear. La campagna è bruciata, ricompaiono alberi di papaya e le prime palme. La mia pedalata è spesso accompagnata dal volo di una specie di rapace. Mi muovo veloce ed entro le 14 sono già a destinazione entrambi i giorni. Ora a Tulear ho già comparto il biglietto per tornare ad Antananarivo. Viagio epico. Partenza alle ore 8 dell’11/10 ed arrivo circa alle ore 4 del 12/10… 20 ore.. Almeno il 12 potrò partire presto a pedalare..