C’ho alla mia sìnsitra tre cagnolini bianchi pelosi che hanno appena finito di abbaiare a un turista anglofono. Al Lemur Hostel sembra non ci sia gran traffico. Mi sto scolando un litro di birra un pò per merito, un po’ perché Antananarivo mette alla prova. E’ un po’ la sensazione che ho provato prima di arrivare a Pondicherry in India del Sud. Un bordello di auto in fila, gente che fa lo slalom con cesti e cartoni sulla testa, chi chiede l’elemosina, chi ti guarda come dire “e questo da dove salta fuori?”… Comunque un frastuono continuo che si interrompe all’ingresso dell’ostello. In cui trovo la pace. Là fuori c’è ciò per cui sono qua ma in qualche modo è troppo. Almeno così, tutto in una volta. Puzzo che ci sarebbe da vergognarsi. Dopo aver dormito una notte a Parigi, perso il passaporto, richiamato dalle hostess al microfono, sono riuscito nell’impresa da Normalmen di prendere l’aereo per il Madagascar. Un livello di compressione dei posti a sedereche segue la strada aperta da Ryanair. Sull’aereo sono in fila con una signora di Seattle e Aladine, un signore malgascio che vive a Bordeaux che con la solfa “abbiamo pagato per l’aereo..” ogni tanto si alza e ricompare con piccoli gelati, dolcetti per tutti e tre e molte bottigliette di vino rosso e birra. Il Parkinson lo costringe alla massima precisione per infilarsi il cibo in bocca ma di certo non lo ferma a consumare tutto ciò che può. All’arrivo una fila interminabile, anzi terminabile in 2 ore, per avere un timbro sul passaporto e pagare 35 euro per il visto. Mentre tutti se ne vanno per la loro strada, la mia è cercare un posto per dormire in aeroporto. Non c’è nulla ed esco. Mi fanno segno alcuni lavoratori indicando una zona appena fuori dall’uscita principale di questo minuscolo aeroporto di capitale internazionale. Prima mi sdraio per terra e sondo gli sguardi. Niente di particolare da rilevare. Il pavimento è freddo e tiro fuori il materassino. Poi anche il sacco a pelo perché nonostante i 20 gradi notturni, l’arietta è fresca. Alla fine riesco a dormire nonostante il chiacchiericcio continuo di un gruppo di donne che non solo si appoggia allo scatolone della bici, ma si siede anche sul mio materassino costringendomi al rannicchiamento. Quando sollevo la testa per vedere cosa succede, la tipa seduta ai miei piedi mi guarda con distacco e poi riprende a parlare con le amiche. Un po’ sarebbe “faccio il cazzo che mi pare”, ma un po’ è anche attitudine a mischiarsi che a me fa sempre piacere. Alle 6 sono in piedi che sto già montando la bici e come sempre i lavoratori della mattina mi aiutano sorreggendo la bici, raccogliendo qualche pezzo caduto ecc. Monto la bici, faccio una foto coi ragazzi e poi sono fuori.

La sensazione è la solita. Un nuovo mondo davanti a me, ma non devo farmi imbrogliare. Il tragitto dall’aeroporto e il passaggio attraverso la capitale sono il peggio che il Paese possa offrire. A volte può essere un condensato soprattutto della povertà delle periferie. File interminabili di macchine euro 0 che rendono l’aria irrespirabile. In questo microclima velenoso si intravedono bambini di qualche anno correre accompagnati dal più grande o stanziare sotto a cavalcavia. La miseria qui si vede e tanto. Non molto diversa da quella di El Alto in Bolivia o delle periferia delle città indiane. Ogni guida che mi sono scaricato mi dice che a parte Antananarivo il traffico è trascurabile. Io mi fido più per le mie esperienze che per ciò che trovo scritto. Vorrei scolarmi una birra ma la prima giornata di Madagascar serve per cambiare 250 euro e ricevere una pila di Ariary che ricorda i ricchi prelievi in Vietnam, Nicaragua e Laos. Una pila di banconote che il portafogli non può contenere. Compro una SIM (15 centesimi di euro) e un piano per 1 GB al mese (8euro) e poi chiedo indicazioni per riparare la bici. Ho fatto fare un check-up da 100 euro in cui mi hanno cambiato la catena. Ora la soluzione dopo aver girovagato con un po’ gente per la città è stata quella di sostituire il pacco pignoni e la corona grande (35€). Ora va perfettamente e son sereno.

Mi piace rilassarmi qui all’ostello. Da domani si parte verso sud. Sono le 17, I cagnolini non ci sono più, una musichetta tipica riempie l’aria e ogni tant qualche ospite mi passa a fianco, scambia due chiacchiere e si prepara un the. Io Birra e panino gigante al formaggio, Poi letto con filmetto e nanna presto che domani inizia il viaggio sul serio.

Stamattina dopo essermi lasciato in maniera anche dolce, alle spalle la capitale, sono entrato in contatto con il vero Madagascar. L’ambiente che attraverso è un altopiano pieno di campi arati. Prima terrazzati, quando salgo, poi nella vallata. Piccoli rettangolini ben divisi e coltivati a riso e verdure.

 

 

 

 

Ogni tanto qualche campo coltivato a papaya. La trazione umana in agricoltura qui è ancora presente. I bambini sono adulti in miniatura. Sono a spasso insieme, spesso senza genitori e immagino faranno ritorno solo alla sera a casa. Lavorano nei chioschetti, nei campi, vendendo cibo caricato rigorosamente sulle teste. Quando arriva un pulmino di turisti si fiondano ai finestrini per vendere qualcosa, e quando se ne va tutto riprende la normale velocità. Io mi fermo e compro un po’ di croccante di semi vari e della canna da zucchero a pezzettini che va masticata per sentirne tutta la dolcezza, poi sputata in terra.

 

 

 

Ogni persona che incontro mi regala un sorriso ed un bonjour e quando non lo fa lo faccio io. Il sorriso è la vera arma di costruzione di massa. Rompe le diffidenze e cancella immediatamente le paure, le distanze.

 

Decido che fino a Morondava (dovrebbero essere circa 700 km) posso farlo in 5 giorni, quindi pedalo tutto il giorno. Convinto di avere trovato un posto per dormire a Sambaina in realtà scopro la differenza che c’è tra Hotely e Hotel. A Sambaina non si dorme, ma c’è un vilaggio che si raggiunge con una deviazione di 4km fino ad Ambohibary che significa “collina di riso” in lingua locale.

Chiedo a un negozio dove si trovi l’hotel e un ragazzo ne esce e mi accompagna. La signora sembra un po’ sparsa ma alla fine mi dà una stanza bella spaziosa per 8 euro. Non c’è luce, la danno verso sera. Apro le finestre e mi faccio una doccia alla vecchia a secchiate. Proprio non la sopporto l’acqua fredda così di getto, ma niente fighettismo. Oggi mi sono coperto di smog da capo a piedi e necessito di una lavata. Poi esco a mangiare e il ragazzodi prima mi da una mano. Nel posto in cui mangio ne conosco un altro che parla inglese. Ha lavorato un paio di anni alle Mauritius e liha imparato la lingua. Mi raggiunge dove sto bevendo una birra e da lì inizia quella serata che sogni da quando sei a casa. C’è il piacere reciproco di essere li in quel momento. Si aggrega Ben Jamal, 67 anni, il “nonno” dei ragazzi che sono li. Ha lavorato come insegnante in una scuola privata e non ha una pensione, quindi si è dovuto inventare qualche lavoro da commerciante (frutta e verdure, borse, vestiti). Ha l’aria dell’uomo saggio. Chiedo quale sia il salario medio in Madagascar, anche se so che è complesso definirlo senza specificare una professione. Mi risponde che ci sono 2 categorie. I lavoratori giornalieri che guadagnano circa 4000 Ariary al giorno (poco più di 1€). Poi quelli mensilizzati che hanno un lavoro stabile ed arrivano in media a 200.000 Ariary (circa 60€).

Incredibile la disparità col nostro continente.. Mi bevo un paio da 66 e poi si fa ora dopo varie chiacchiere al lume di candela, di andare a casa. Davanti all’albergo è tutto chiuso. Pare non ci sia nessuno. Chiamiamo ma niente. Un paio di ragazzi vanno a cercare ma nulla. La situazione è surreale, poi arriva un’altra coppia anche loro chiusi fuori. Ci facciamo qualche risata, il clima è disteso, e alla fine telefonando ad un altro numero si accende una luce dentro l’hotel e spunta un tizio assonnato che ci fa salire.

 

 

Riparto la mattina dopo tra le risaie e le solite donne che caricano qualunque cosa sulla testa. Riprende poi la collina malgascia che è ondulata e non c’è che dire. A un certo punto scende a balla e risale allo stesso modo, ma con più fatica.. e così per decine di volte. Credo che mi sarò fatto ben più di 1000 metri di dislivello al giorno, oltre ad un kilometraggio folle. Ieri ho passato velocemente Antsirabe per macinare kilometri. In realtà non c’è molto da vedere nelle città qui in Madagascar. La cultura locale è già affascinante per quello che mi regala ogni giorno nei villaggetti che attraverso.

 

 

Bimbi che mi salutano a ripetizione (pare glielo insegnino a scuola..), finger food come piovesse e panorami che cambiano in continuazione dietro a ogni curva, anche se a grandi linee il tutto intorno a me è riarso dal sole. La sete mi fa scolare tanta acqua e in mezzo alla giornata anche birra che mi serve solo per reintegrare e non mi dà alla testa. La sera a Mandoto ci arrivo stremato dopo che nel paesino prima non c’era da dormire e la mia disillusione ha dovuto fare i conti con altri 37 km a spingere. Trovo da dormire in un posticino super, con una stanzetta minuscola, naturalmente doccia a secchiate e luce solo la sera, ma una buona cena e un paio di birre con il padrone, nato alle Mauritius e che mi racconta di quel posto come di una realtà semi-idilliaca. Il Madagascar nelle sue parole invece è un Paese corrotto in cui non c’è speranza di fare bene. La mattina riparto col buonumore affrontando un saliscendi che si fa molto più diradato, cioè con salite e discese molto più lunghe. Ripide all’inizio che poi digradano permettendo di pedalare. Comunque tanta roba, che si conclude a Miandrivazo in cui capisco subito che la temperatura sarà il problema dei prossimi giorni mentre avrò risolto quello delle salite, almeno per domani. Vengo accompagnato da un tipo al mio arrivo a Miandrivazo.. Non sopporto la cosa che arrivano prima di me per la commissione. Alla fine scopro che il suo obiettivo come quello di altri ragazzi è di offrirmi un tour in canoa. Sembra carino, ma 140 euro per un giro in canoa con 2 notti in campeggio e una mezza giornata sotto una cascata mi sembra di una noia mortale. A pensarci praticamente ci si sparano il primo giorno 7 ore in canoa.. Ok la prima, bello.. la seconda, bello.. ma poi 2 cojoni. Passo la serata con uno dei ragazzi e il suo canoista e offro un paio di birre e mangiando fuori al prezzo della stessa roba nel mio hotel. Stavolta niente da dire. Stessi problemi con acqua e luce ma la stanza è davvero bella. In 2 giorni sarò a Morondava e prende piede l’idea di rimanere sulla costa occidentale..

 

 

Il giorno dopo arrivo a Malainbandy, circa a metà della strada verso Morondava. Nel bungalow gigantesco in cui mi trovo ora, ha appena finito di piovere. Fa caldo ed è umido. Mi sono fermato qui oggi alle 15 perché sto veramente faticando da troppi giorni di fila, e poi è anche andata bene che il cielo è stato coperto tutto il giorno. Quando il sole esce colpisce di brutto. Ero straconvinto di pedalare in piano sia oggi che domani, invece l’ondulazione di questa terra continua. Mi sto abituando ai saluti della gente e a volte preferirei che stessero tutti più tranquilli perché mi richiede attenzione continua. Ma ho come l’impressione che sia una specie di cosa strana il mio passaggio e che ci sia una specie di “dovere” nel salutare. Comunque il sorriso porta sempre altro sorriso, quindi bene così. Le zone che attraverso sono, se possibile, ancora più povere. Molti di più gli assembramenti di case di fango e paglia.

 

 

I bimbi come si dice a Bologna sono lasciati alla guazza, e li vedi a 4-5 anni provare a mettere un bastone contro a un albero di mango per arrampicarcisi sopra e prendere qualche frutto. Qui è pieno di alberi di mango, giri lo sguardo da ogni parte e ne trovi sempre e super carichi.

 

Per il resto la strada non ha offerto niente di diverso, a parte una chiacchierata con un certo Stephan che aveva una moglie russa che poi è morta e 2 figli che vivono a San Pietroburgo. Ora è qui per lavorare come ingegnere per una compagnia cinese. Appena esco incontro di nuovo Jhonny che sta andando a trovare parenti e scambiamo 2 battute. Mi ero fermato per mangiare qualcosa e bere un bel birrozzo che a metà giornata ci sta proprio.

In questo crocevia con 4 case e il posto in cui sto io si fermano i taxi brousse per rifocillare i clienti e come mi era stato detto, quando sono state le 18 sono risaliti tutti, i taxi tutti in coda per essere scortati dalla polizia ed evitare gli attacchi che pare qui siano frequenti. In questo posticino c’erano poi 4 militari con fucili spianati (AK47 e Galil) quindi qualcosa deve succedere di sicuro.

Mi sveglio alle 4.30 per partire appena fa luce e per sfruttare la temperatura fresca. Per strada non c’è nessuno e mi godo una bella alba

I primi kilometri corrono veloci. Ho scoperto che la app con la mappa offline che ho sul telefono ha anche l’altimetria quindi so cosa aspettarmi e dal punto di vista mentale questo gioca a mio favore, specie nell’affrontare le salite e nel gestire la forze durante la giornata.

La terra è rossissima, bruciata, piena di piccole piramidi che danno l’idea di essere termitai o formicai. Intorno è pieno.

 

 

Spingo su per l’ultima salita e il piccolo altopiano è pieno di palme. Siamo alla fine della stagione secca, quindi il clima ha già seccato per bene il terreno.

Inizia la discesa, il mio sguardo spazia all’orizzonte e si perde nel verde della pianura fertile per la fitta ragnatela di fiumiciattoli e canali per le risaie. In pianura mi fermo per una birretta nel Paesino di Jhonny che mi porta nella casa della sua famiglia.

Poi riparto e inaspettatamente si fa dura per un vento ostinatamente contrario. Ma alla fine dopo 700 km arrivo a Morondava e vengo accolto da Jean, il marito di Laura, un amica di Valentina.. Vabbè una bella famiglia che lavora nella cooperazione internazionale e che mi sta regalando il relax e il tempo per pianificare le mie prossime mosse.