Ripartendo dalla Cappadocia, mi ritrovo davanti ad un territorio su cui non ho mai posato l’occhio durante la pianificazione del viaggio. Con le mani sulla mappa, una volta arrivato in Cappadocia ho sempre cercato la via più corta per Istanbul. In un certo senso è come se il viaggio immaginato fosse finito a Goreme. Parto quindi verso una “terra di mezzo” non sapendo bene cosa aspettarmi. Il tempo che mi rimane è sufficiente per alcune pause, ma non so bene ancora dove, anche se l’esperienza mi dice che il destino mi riserverà sorprese. Scelgo una deviazione verso sud, per visitare la città sotterranea di Derinkuyu (http://www.goreme.com/derinkuyu-underground-city.php), una delle 36 città sotterranee presenti in Turchia. Nello specifico, questa è la più profonda e scende per circa 85 metri. Ha ospitato fino a 20.000 persone. E’ provvista di cunicoli di aerazione, stanze per ogni utilizzo, porte semoventi per bloccare gli accessi. Nei lunghi cunicoli di collegamento passa una sola persona, quindi nella visita chi sale deve farlo di corsa per non trovarsi a metà con quelli che scendono, ed è tutto un muovere rapido di passi per uscire dall’inevitabile sensazione di claustrofobia. Il tutto chinati. Mi ricorda parecchio i cunicoli di Vinh Moc in Vietnam.

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Saluto la guardia che ha tenuto d’occhio la bici e riparto combattendo contro il vento in mezzo al nulla. Dopo una cinquantina di chilometri la stradina si immette in una più grande e mi fermo immediatamente in una stazione di carburante per mangiare qualche cosa, biscotti, arachidi, cioccolata per recuperare le energie perse. Dovrò pedalare però ancora molto prima di raggiungere Aksaray. Un amico di un amico (giro warmshower) mi aspetta e mi porta nel suo negozio di strumenti musicali. Mi siedo quindi tra chitarre e tastiere e sorseggio un tè. Mi godo la sensazione di essere acolto, di sapere che da li in poi non dovrò fare nulla, che tutto fluirà comodamente accettando ogni proposta che mi verrà fatta. Visto che aspettiamo domando se c’è un meccanico in giro per sostituire i 2 raggi rotti e nel giro di 5 minuti un vecchio artigiano sta già armeggiando e mi rimette a nuovo la bici. Nel frattempo arriva Metih il mio contatto warmshowers che paga il conto (l’ospite qui altro che sacro..) e mi lascia con Ismail, un ragazzone di 17 anni che esprime una tale contentezza nel vedermi e nello stare con me che ancora mi emoziona. Mi porta a spasso per la città e poi con gli amici ci troviamo per il loro giro settimanale in bici. Siamo una quindicina e come una piccola critical mass ci muoviamo in mezzo al traffico e sotto una pioggerellina per finire a bere tè in un parchetto. Poi ognuno a casa propria e io in quella di Ismail e del padre con cui passo una bellissima serata.

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La mattina dopo Ismail va a scuola e ci salutiamo. Naturalmente posso rimanere quanto voglio. Ne approfitto solo un po’ perché fuori sta piovendo, fa freddo ed il cielo è tutto grigio. Il caldino di casa inviterebbe a fermarsi per tutta la giornata, ma le previsioni danno il tempo in miglioramento e poi sole per una settimana almeno, quindi verso le 11 riparto affrontando uno stradone tutto dritto che costeggia un lago salato. Il vento è intenso, continuo e contrario. Spingo per 100 km e arrivo stremato in un motel in mezzo al nulla. L’unica sistemazione nel raggio di più di 100 km che scoprirò la mattina seguente essere il punto di accesso al lago, intendo per fare 2 passi e bagnarsi i piedi. Decido di fermarmi perché il vento mi ha ubriacato, ho un gran freddo e zero voglia di piantare la tenda e sorbirmi una notte gelida. Così pago 50 lire turche, sbrocco con una signora che mi chiede il passaporto 5 volte in 3 secondi e faccio una delle scelte migliori del viaggio. La mattina parto riposato e carico a percorrere il più rapidamente possibile i chilometri che mi separano da una svolta e, se tutto va bene, dal vento in faccia. La mattina mi sveglio all’alba con l’intento di sfruttare le prime ore della giornata che sono solitamente senza vento.  Quindi libero da freni sfreccio con il lago (o quel che ne rimane) che si allontana alla mia sinistra. Lascio la via principale e mi immetto in una piccola strada che mi permetterà di saltare Ankara ed il suo traffico. E’ qui che trovo il cielo più incredibilmente azzurro di tutto il viaggio. Le nuvole sparse dipingono di bianco l’enorme tela blu e pedalare è uno spettacolo.

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Tanto più che il vento ora è cambiato e mi sta dietro. Poco importa quindi se i lavori in corso mi lasciano una strada che mi fa sobbalzare ad ogni colpo di pedale. Mi fermo più volte a scattare fotografie, attraverso piccoli villaggetti, scambio 2 chiacchiere con umarells curiosi e col sorriso pedalo salite e discese fino a Polatlì in cui trovo da dormire in una stazione di carburante nella quale mi fanno piantare la tenda e mi invitano per un “chay” che mi riscalda dopo la pedalata.

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Durante il giorno il sole scalda ma appena sparisce dietro una nuvola fa freschino, e anche il vento non è certo tiepido. Così un bel tè prima di infilarsi nel sacco a pelo ci sta proprio bene. Saluto i ragazzi che ora sono al cambio turno dopo la nottata passata al distributore e riparto con il vento in poppa. Eskisehir è a 150 km che copro a velocità da competizione. Mi fermo a Sivrisihar e mi faccio un paio di pizze turche al formaggio e con calma verso mezzogiorno riparto coprendo i rimanenti 110 km in 4 ore. Il luogo di ritrovo , con l’amico di un warmshowers che ora è a Istanbul, già mi fa capire che questa città potrebbe essere quella giusta per fermarsi un giorno. Il clima è poleggiato, pieno di studenti che sorseggiano tè ma anche birra ai tavolini. Dovan passa a prendermi con una sua amica. Sono supergiovani, studenti universitari e casa loro è la classica sistemazione per studenti. Faccio così un salto di vent’anni all’indietro e decido di rimanere un giorno in più. La sera mi portano con altri amici a mangiare fuori e alla fine pagano loro. Siamo 6 e l’unico che lavora sono io… L’ospitalità turca è così mi dicono. Da li in poi però riuscirò a pagare anche io e uscire da una siuazione surreale. Ala sera birretta in un pub e la sensazione che il ritorno in Italia si avvicini, con le abitudini di casa che ricompaiono in Turchia. La mattina non avendo programmi aspetto che succeda qualcosa. Alle 7 sono già sveglio ma dovrò aspettare le 10 per vedere il primo dei ragazzi svegliarsi. Nel frattempo ne approfitto per giocare con la gattina di casa che ha un anno ed è sempre dietro a saltarmi addosso da ogni angolo. Alle 10.30 siamo di nuovo in centro per una colazione incredibilmente ricca. Fosse per me mangerei fino a scoppiare ma dobbiamo andare. I ragazzi hanno lezione, ma le ragazze sono libere e mi portano a fare un giro sulla collina che domina la citltà.

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Mi piace farmi portare, passeggiare in tranquillità mentre sono in giro. E’ forse un segno degli anni che passano e anche di piccoli cambiamenti che avvengono nel mio modo di viaggiare in bici. Ora all’organizzazione del viaggio dedico molto meno tempo e corro molto meno quando sono via. Più polleggio insomma. Comunque saluto i ragazzi la sera visto quanto sono mattinieri e verso le 8 esco di casa e attraverso la città che ancora pare indecisa sul da fare. Le dolci collinette mi accompagnano in lieve discesa fino alla svolta per Bilecik che invece è appollaiata 200 metri più in alto. Al mio arrivo Hakan mi sta già aspettando. L’ha avvisato un amico che mi ha sorpassato in macchina. Mi fa ampi cenni con la mano per farsi riconoscere e mi porta subito davanti all’enorme scritta Bilecik per farmi fare una foto dai giornalisti locali mentre mi consegna un pacchetto di benvenuto. Storie così capitano viaggiando in bici..

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Poi mi porta a pranzo chiarendomi subito che io per nulla al mondo dovrò tirare fuori il portafogli. Una sua amica ci sta aspettando per girare un video sul mio arrivo da postare poi sulla pagina del giornale. Mi sembra esagerato, ma è divertente, per cui pedaliamo ripresi dalla telecamera e poi, finalmente, Hakan mi porta a “piantare la tenda”. Arriviamo dopo una salitona ad una campo di calcetto, con spalti, spogliatoio e tutto il resto. C’è anche un divano che si apre quindi direi che la tenda se ne può stare bella chiusa. Il campetto è la sua fonte di sostentamento. Lo gestisce e la sera, dopo avermi portato a cena, arrivano un paio di gruppi a farsi una partitella, mentre io cerco di prender sonno. Devo dire che questo è uno tra i posti più insoliti in cui mi è capitato di dormire. Hakan è preciso e premuroso e la mattina vuole assolutamente che facciamo colazione assieme prima che io parta, così chiacchieriamo ancora un po’ e con calma mi avvio verso Iznik in cui conto di rimanere per un paio di giorni. Vado con calma, sono solo una settantina i chilometri che devo percorrere. Da Bilecik la strada ripiomba di nuovo 300 metri sotto, sulla fondovalle, una stradona senza realmente nulla intorno se non qualche fabbrica ogni tanto. Per fortuna dopo poco riprendo una strada secondaria e cominciano i primi campi coltivati. Salgo ancora e attraverso un bosco di pini e arrivo a scollinare per infilarmi nella vallata che mi porterà tranquillamente al lago di Iznik. Tra i campi di mele vedo una bicciletta con le borse, mi fermo e conoco Fadil, un ragazzo turco che sta preparandosi da mangiare col fornelletto. Mi invita e pranziamo insieme chiudendo con un paio di mele direttamente dall’albero. Lui sta andando ad Istanbul a prendere un aereo per Belgrado. Da lì riprenderà a pedalare per tornare a casa attraversando Paesi al di fuori dell’area Schengen per non pagare il visto che per un turco è salato.

fadil

Al bivio per Yalova ci salutiamo e io mi addentro per il centro di Iznik, l’antica Nicea. Anticamente ha rivestito una certa importanza storica ed ha subito diverse dominazioni. Si possono ancora vedere le antiche mura, moltissime chiese e naturalmente qualche moschea. Come Roma, ogni volta che qui fanno un buco per terra scoprono qualcosa. La città non è troppo grande e soprattutto è affacciata su un lago che per me rappresenta il miglior epilogo a questo viaggio.  Sembra una qualunque località costiera italiana fuori stagione. Anche qui la stagione turistica è finita, ma il weekend ancora viene gente da Istanbul. Raggiungo casa di Inci e Soner praticamente affacciata sul lago. Inci arriva dopo poco e l’effetto è particolare. Qualche mese fa erano a casa mia con Tibet Cinar, loro figlio di 6 anni, ed ora eccomi qui io. Ci abbracciamo sorridenti e un po’ increduli, mi accomodo nella loro enorme casa su 2 piani. Inci mi prepara da mangiare metre io mi faccio una doccia e Tibet guarda la TV. Poi mi saluta perchè va da sua madre, mi lascia le chiavi e nel giro di mezz’ora mi ritrovo in un posto meraviglioso, comodo come mai sarebbe potuto succedere. Mi rilasso, sorseggio un paio di birre e passo una serata di riposo assoluto. La matina ne approfitto per fare un giro per il paese e poi ritorno a casa che Soner mi passa a prendere e tutti insieme andiamo a Bursa. Allo Sheraton hotel c’è una manifestazione legata alla bicicletta ed alla sua diffusione e lloro sono invitati per parlare dei loro cicloviaggi. In Turchia sembrano essere molto popolari. Il loro sito che poi è diventato un libro si chiama Minik Gezgin che dovrebbe voler dire “piccolo esploratore” riferendosi naturalmente a Tibet ed all’idea che un figlio non per forza ti blocca a casa. Ma oltre a poterlo portare con te potrebbe anche migliorare l’esperienza di viaggio. E’ così che mi ritrovo ad ascoltare un racconto in una lingua di cui non comprendo una parola. Così faccio spesso la spola al buffet e smangiucchio tutto il tempo. Ogni tanto qualcuno prova a tradurmi, ma in realtà le immagini rendono bene il senso del viaggio. Sono davvero una bella famiglia, qualche anno fa hanno deciso di guadagnare di meno ma di migliorare la loro qualità della vita e hanno lasciato la caotica Bursa per andare a vivere a Iznik e lavorare nella scuola di un piccolo villaggetto a 10 km da casa. A vedere il posto in cui abitano e Bursa credo che rinunciare ad una parte di stipendio sia stata una buona scelta, ma poco conta, visto che loro la scelta l’hanno fatta. La mattina dopo raggiungo il villaggetto e mi fermo nella scuola in cui insegna Inci. Entro e dopo poco escono tutti i bimbi con un cartello di benvenuto preparato per me. Un altro regalo impagabile di questo viaggio. Entro in 3 classi piene di bambini e regazzi curiosi di sapere tutto del mio viaggio in bici. Vorrebbero tenermi li di più ma devo ripartire e mi commuovo un po’ quando vedo tutte quelle manine farmi ciao.

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Ora pedalo in mezzo a mele, mele cotogne, prugne, zucche e zucchine, pomodori, fichi, uva, peperoncini.. qui è tutto coltivato. Il lago e la sua acqua non salata nutre questa terra e la rende fertile. I trattori stanno spargendo verderame ovunque, a volte esagerando un po’.. Per 40 km nutro gli occhi poi la strada comincia gradualmente a salire fino ala discesona per Yalova in cui salgo al volo sul traghetto delle 15. L’arrivo a Istanbul sarà via mare, mi è bastata l’esperienza di 3 anni fa e non voglio di nuovo rischiare la vita in mezzo al traffico di una città di 14 milioni di abitanti. Per dare un’idea in Grecia abitano circa 12 milioni di persone. La parte orientale di Istanbul è poco più in là, solo 45 minuti di traversata. Da Pendik imbocco una pista ciclabile che scorre in riva al mare in mezzo a gente che corre a torso nudo, chioschi e bar con la gente seduta ai tavolini, pescatori che sorseggiano birra. Il clima è davvero sereno e l’ambiente tenuto molto bene con pochissima spazzatura. Davvero una sorpresa.

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E’ un piacere pedalare fino a Kadikoy, Poi da li mi addentro verso Erenkoy, più in salita fino a raggiungere la casa di Dincer che sarà il mio ultimo host. Mi accoglie il padre che mi fa acomodare in casa, mi mostra la mia stanza, poi la doccia. Con lui Jean il nipote, figlio di Dincer, che aspetta che il padre torni dal lavoro. Verso le 19.30 faccio quindi conoscenza con Dincer, un ragazzo della mia età che pratica con costanza alpinismo e corsa in montagna. Gli argomenti quindi non mancano e cuciniamo insieme mentre ci beviamo un paio di bire prodotte da lui. Che tra l’altro fa anche il vino in casa. Ci sono sei fusti da 15 kg a fermentare in camera. Il giorno dopo lo dedico a fare shopping nella zona occidentale. Che poi va detto, nell’immaginario uno si aspetterebbe arrivando dall’Europa che dopo il Bosforo, laddove comincia il continente asiatico, cominci anche un ambiente più tradizionale,. Sembra invece che le parti siano invertite. La parte asiatica è moderna, pulita, con abitudini e costumi che farebbero pensare di essere in una qualunque città europea. A ovest invece la parte più storica con le moschee, le piccole vie che si intersecano su per Beyoglu fino a piazza Taksim e poi oltre a Besiktas. Comunque dopo 5 ore me ne vado e scappo dalla folla abnorme di persone, dalle code ai traghetti, dalla ressa sui bus e per strada. Compro un paio di birre e a casa mi cucino un riso. Dincer è fuori ad un matrimonio e tornerà alle 4. Oggi è l’ultimo giorno, La bici e i bagagli sono già impachettati, non devo tornare in centro, quindi oggi mi dedico al vino fatto in casa con Dincer!

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Finisce qui un viaggio che mi lascia tanti amici in più, tante esperienze ed emozioni guadagnate a colpi di pedale. E’ il momento di tornare a casa. Che poi io a casa a Bologna ci sto poi bene si intenda, tanto che il voglino di tornare mica va via..