..Esco da Diyarbakir mentre la città ancora sonnecchia. Infilo e pedalo senza traffico lasciandomi dietro la “capitale” del Kurdistan e puntando le ultimi propaggini di questa regione virtuale divisa tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Sono i giorni del Bayram, la fine del Ramadam che qui chiamano Ramazam. Una festa di 4 giorni in cui si va a trovare parenti. Sono nuovamente da solo. Kemal ha deciso di interrompere la sua avventura. Per lui è momento di tornare a Izmir e con la sua musica guadagnare un po’ di soldi per riuscire fra 5 mesi a ripartire in direzione di India o Indonesia, naturalmente in bici.

La strada sale lentamente in mezzo a piantagioni di cotone, tanti piccoli batuffoli sospesi in un mare verde.

cot

E’ una bella sensazione, la fatica non si fa sentire, incontro i primi abeti e sono quasi arrivato al lago. Mi fermo all’ombra a mangiare pane, formaggio e cioccolata. Ora che Kemal non c’è più è il momento di apportare qualche variazione al menu per renderlo meno pesante e più energetico. Costeggio il lago in cerca di un posto in cui accampare.

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Ogni tanto guardo giù fino a che non scorgo una spiaggia con qualche albero e poca gente. Mi fermo davanti a un negozietto chiuso ma con una spina a disposizione e ricarico un po’ il telefono con cui sto gestendo con molta più facilità le questioni logistiche grazie a GPS e mappe offline. La spiaggia è davvero piena di immondizia, tira vento e il cielo è limpido. Solo qualche nuvola sopra Sivrice, la città che comincia a prepararsi al buoi con tante piccole lucette che prendono vita. Pianto la tenda fra 2 alberi e mi metto in riva al lago a mangiare e a pensare.

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La luna è quasi piena e mi illumina quando torno in tenda. Sprofondo in un sonno che viene interrotto dopo circa un’ora dal ticchettio di gocce d’acqua e dal vento che si è fato pressante e ha estratto uno dei picchetti della tenda. Esco bagnandomi per rimetterlo a posto e mi ritrovo in mezzo ad una mezza tempesta. Non c’è molto da fare se non aspettare dentro la tenda sperando che smetta. Nel frattempo metto tutto in sporte di plastica, chiudo bene le borse e mi preparo per un eventuale fuga rapida. Devo dire di aver passato una brutta oretta, poi tutto si è calmato ed ho così potuto riprendere sonno.

La mattina seguente il cielo è grigio e nella mia direzione tende al nero. Scende una pioggerellina che non da fastidio ma si fa battente dopo 2 minuti, appena i tempo per ripararmi sotto la tettoia del negozio di ieri e aspettare che finisca. Riparto e mi incuneo in una gola in cui la strada prende a salire stretta. L’ambiente mi piace, tante curve, piccole casette, odore di legna bruciata, frutteti. Quando sto per raggiungere il plateau finale prima della discesa, inizia a piovere seriamente, in quella maniera in cui a un certo punto non interessa più se continuerà perché tanto sono completamente bagnato. Devo dire che non fa freddissimo. Lampi, tuoni e pioggia sulla mia testa per 20 minuti. Non mi posso lamentare, in questo viaggio è praticamente la prima volta che succede. Mi fermo per scattare una foto e vengo raggiunto da una macchina da cui scende Mehmet, un signore che con un bel sorrisone mi chiede se ho fame e mi va di andare a fare colazione nella casa dei suoi genitori che vivono in un villaggio a una decina di chilometri nella mia direzione. Non ci sto neppure a pensare, son fradicio, ho freddo e fame, quindi pedalo e raggiungo il suo villaggetto, Gulpinar. Ad attendermi tutta la famiglia sorridente. Son tutti già mangiati e la colazione è solo per me. Mi siedo nella verandina fuori. La nonna, mi dice Mehmet, sta preparando per l’inverno e la vedo che cuoce un sacco di verdure. Probabilmente fanno i vasetti anche qui.

La colazione che mi portano non è descrivibile a parole. L’immagine credo renda l’idea.

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Saluto la famiglia ringraziandoli del regalo che mi hanno fatto e naturalmente della loro ospitalità. Mehmet mi dice che domani torneranno a Istanbul e probabilmente ci rivedremo in strada.

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Il cielo ora si è placato e mi attende un discesone che alzerà anche la temperatura. Mentre pedalo raggiungo una tartruga, neanche piccola, probabilmente qualcuno l’ha abbandonata. Sono in mezzo al nulla e non posso fare altro che spostarla lontano dalla strada.

tart

Raggiungo Malatya e la casa di Jack che mi ospiterà per la notte. Sono il suo primo ospite da Warmshower. A pelle ci siamo subito, ma durante la serata anche meglio. E’ americano di Detroit, insgena inglese da vent’ani all’estero. I primi 17 in Giappone a Tokio. Ora sono 3 anni che è qui in Turchia. “avrai quindi imparato il giapponese ed il turco” domando io, e lui mi risponde che “no, non tanto, per insegnare inglese non serve, le lezioni sono in inglese tipo – e solleva una forchetta – this is fork” e ride. Prepara una pasta con un sugo al pesto della barilla lasciandola cuocere come solo gli stranieri possono fare, in maniera che formi una mappazza unica. Segue una bottiglia di rosso che scoliamo mentre parliamo del più e del meno, poi ne apre una seconda “ma se vuoi andare a letto presto..”, “apri apri..” e comincia a parlare di hardcore e garage punk giapponese, della scena musical di Tokio, di una piccola etichetta indipendente fondata da lui in Giappone. Del suo blog e della pittura che sono i 2 suoi hobby. La terza bottiglia la apre e basta mentre ci infoiamo sull’argomento.

pasta ioejack

Vado a letto bresco e mi addormento ancora prima di toccare le lenzuola. La mattina dopo ruiparto con un gran cerchio alla testa e mi aspetta una super salita. Ogni tanto un conatino di vomito ma poi smangiucchio qualcosa e con la pedalata smaltisco. Con la musica nelle orecchie salgo per 1000 metri. Lentamente. Len-ta-men-te. Ogni tanto incontro una bancarella di frutta secca e compro mezzo chilo di albicocche disidratate per darmi un po’ di energia. L’umore migliora e con esso la spinta. Sento suonare, mi giro e c’è Mehmet che mi sorpassa, si ferma e scende a salutarmi con suo bel sorrisone. Sono contento, quando sono in sella cambio l’umore diverse volte durante una giornata e ogni tanto piccole cose riescono a variare l’inerzia del momento. E’ dura ma alla fine riesco a raggiungere Darende e fermarmi in centro a mangiare “il solito” su una panchina in riva al canale. Poi prima dell’imbrunire esco alla ricerca di un posto per campeggiare. Stazioni di benzina non ce ne sono e la salita di 400 metri che mi attenderebbe la mattina seguente sta già iniziando. E’ tutto brullo e in lontananza scorgo qualche albero. E’ un frutteto, attraverso la strada e anche se il terreno è un po’ duro lo faccio andare bene e mi accampo. Tanto non dovrebbe venire più nessuno a quest’ora. Mi guardo un filmetto al PC e mi addormento. Verrò svegliato verso le 12.30 da un trattore che passerà nel frutteto e da un urlo cacciato da un ragazzo che ci sta sopra. Rimango guardingo, il rumore del trattore si allontana e dopo 10 minuti si riavvicina e raggiunge nuovamente la strada per poi scomparire. Qui sotto il frutteto

camp

Il fresco della mattina mi accompagna nella mia salita in una giornata che si rivelerà campale. Il saliscendi è mortale e continuo. La strada sembra un lungo tappeto che ha fatto le pieghe e le gambe se ne accorgono. Il vento spinge contro. Ne ho affrontate tante di giornate così e so che serve costanza. Mi metto di buona lena a spingere, evitando accuratamente di combattere con il vento. Quando soffia lui io rallento, quando rallenta io spingo. I campi attorno a me sono colmi di albicocche e mele così come le bancarelle che mi trovo a sorpassare. In un piccolo paesino stanno facendo asciugare al sole il bulgur, grano spezzato, di cui vado particolarmente ghiotto, ottimo nella versione Tabulè, freddo, con verdure crude e condito con olio d’oliva, limone e menta.

bulgur

Mi fermo ad una moschea per mangiare e lo sguardo mi cade sulla ruota posteriore e su un secondo raggio rotto, pure vicino al primo. Non ne ho con me di riserva. La ruota è leggermente imberlata ma dovrebbe tenere. In ogni caso nei prossimi giorni cerco da qualche parte un meccanico.

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Riparto ma oggi son scarico. L’altopiano non finisce mai e decido verso il centesimo chilometro che alla prima stazione di servizio mi fermo. Sono a più di 30 km da Pinarbasi, la prima città lungo la strada e di distributori nemmeno l’ombra, d’altronde che senso ha aprire un distributore di carburante a 30 km dalla città quando lo si può fare nelle immediate vicinanze? E infatti tocca arrivare all’abitato. Sono così sfatto che mi fermo dai pompieri e chiedo loro a gesti di piantare la tenda in un’aiuoletta. Sono molto gentili, non mi dicono di no, ma con insistenza mi fanno capire che posso piantarla nella prossima stazione di servizio e me la indicano col dito. E’ vicina, parcheggio la bici, entro mostrando al cameriere la faccia più disperata possibile, saluto, stringo la mano e faccio segno con le mani congiunte vivino alla guancia che vorrei dormire. Indico con il dito l’aiuoletta che ho visto fuori. Lui mi guarda, non dice niente, si apre in un sorriso e alza il pollice. E’ fatta. Smetto di pedalare finalmente e alla sera mi concedo una cena a base di zupa di lenticchie, uova fritte e verdure che riesco a ordinare grazie a google translate. Digito in italiano, il telefono traduce in turco, lo giro al cuoco che annuisce. La notte cado in un sonno profondo e la passo al freddo. Con me ho un sacco a pelo da 15° (temperatura di comfort), quello serio l’ho lasciato a casa. Ieri e oggi sarebbe servito, ma ben vestito passo la nottata e la mattina esco quando il sole comincia a toccare la tenda.

camppetrol

Le “tappe” più dure ormai sono alle spalle. Oggi pedalata tranquilla fino a Kaiseri in cui Aziz un warmshower mi ospiterà. Questa volta intorno a me campi immensi di patate e soprattutto zucche. Tanti piccoli pallini gialli punteggiano la campagna che attraverso.

zucche

Sono ancora sull’altopiano che si è fatto più dolce e mi porta a Kaiseri piuttosto velocemente, tanto che Aziz di ritorno dalla visita alla famiglia sta ancora dormendo. Mi raccatta la sua ragazza e mi porta in casa. Sono quegli incontri strani in cui ho l’idea che manchi sempre qualcosa, che non ci si prenda al volo nelle cose. Stiamo insieme poco, ho a mia disposizione tutta la sala mentre loro lavorano al PC. La mattina non li sveglio. Lascio un biglietto di ringraziamento dietro la porta e riparto destinazione Cappadocia.

La pedalata ha semore sullo sfondo l’alta montagna che domina Kaiseri. Ci giro attorno  giusto dietro scendo verso Goreme, il centro della Cappadocia. Per 11 euro mi assicuro 2 (due) (two) (zwei) (dos) notti in un ostello con le camere scavate nella roccia. Fuori è tutto una guglia. Il tufo si lavora facilmente e l’uomo infatti ci ha messo ampiamente mano scavando anfratti per viverci, ma anche chiese ortodosse, piene di icone con gli occhi evidentemente cancellati in chissà quale periodo storico. In alcuni punti ricorda un po’ Matera. Goreme mi è sembrato, almeno nei 2 giorni in cui sono rimasto, un paesino tranquillo che oramai vive del turismo che qui si accalca, ma non in questo periodo in cui è bassa stagione ma l’anno scorso c’era comunque molta gente, mi dice il padrone dell’ostello. Ci sono disordini per qualche ora ed in zone precise di Istanbul e Ankara con qualche morto e subito la Turchia diventa un Paese pericoloso. E gli altri 17 milioni di abitanti di Istanbul cosa dovrebbero fare, emigrare? A tratti tendiamo ad avere comportamenti schizofrenici. Di pounto in bianco tutti esperti di Siria, di quanto sia pericoloso l’Iran ecc. Così, bastano 2 notizie in TV e il gioco è fatto. La Turchia rimane un Paese molto sicuro e invito chiunque a venirci, così come non mi verrebbe mai di sconsigliare un viaggio in Francia. Comunque buon per me e per i pochi turisti presenti con la possibilità di godersi i panorami e gli scorci quasi in intimità.

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