Una volta passato il confine, ci schiaffiamo un bel 5 e al fresco continuiamo a pedalare. Per ragioni personali, Kemal sta trovando nel cicloviaggio una serie di conferme alla sua ripresa da un problema che si è portato dietro per 10 anni. Pedaleremo un po’ assieme credo. Ora è di là che prepara un caffè turco in cucina. Siamo a casa di amici ad Agri. Dopo la frontiera la salita prosegue morbida ma insistente, ma è il vento a demolire la spinta. Perfettamente contrario.

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A Dogubeyazit al semaforo incontro i primi bambini del viaggio che chiedono soldi. Appena ci vedono capisco che perdono di vista ogni altra macchina e diventiamo il bersaglio a cui chiedere soldi e, se proprio proprio non ce n’è, qualche sigarettta. Le prime stazioni di benzina giustificano immediatamente lo scarso traffico. Costa poco meno che da noi quando il salario medio mi viene detto sia meno della metà di quello italiano. Con calma cambiano i soldi iraniani e mi faccio una SIM turca, poi procediamo verso Van, arriviamo al bivio e capisco come viaggiare con un turco in Turchia cambi le cose. Kemal fa domande alla gente e quando mediamente domandi se c’è pericolo in una certa direzione, chissà per senso di protezione o cosa, la gente tende a metterti ogni tipo di ansia. Fatto sta che pare che il PKK abbia bloccato la strada al passo. Chiediamo la situazione a un negoziante, poi Kemal parla con la polizia e cosa vuoi mai, anche loro sconsigliano ma dicono anche che alla fine dovrebbero aver bloccato la strada con un bus di traverso ma che le bici le potrebbero far passare. Che fare? Alla fine sembra che ognuno voglia per cortesia far decidere l’altro. Alla fine decidiamo di provare comunque a salire. Imbocchiamo la strada per Van e cominciamo a incrociare il primo vilaggio kurdo, con i bimbi che saltano per attirare l’attenzione. La vallata si apre e regala spazio ai pascoli di pecore. Le greggi sono controllate da bambini che appena ci vedono arrivare ci vengono incontro chiedendo soldi. Li vedi subito correre da un centinaio di metri verso la strada per intercettarci. L’attitudine non è da trombetta. Superiamo uno di questi ragazzetti incuranti delle sue urla e lui comincia a tirarci sassi assieme a un compagnetto e quando inizia la salita incita un paio di cani a correrci dietro. Il ragazzetto non sa che io insegno all’università dell’autodifesa nel corso sui cani, expertise conseguito honoris causa per le strade delle Ande peruviane. Kemal sembrava stanco ma con nuovi stimoli vedi come pedala in salita, tanto che passiamo un altro villaggio e ci portiamo in quota lontano dai bimbi malefici. Le macchine che ci vengono incontro fanno segno di tornare giù. Sentiamo un colpo di fucile ed un altro che suona come un’esplosione o qualcosa di simile. Quindi la situazione è: sopra blocco PKK con rischio di tornare giù senza avere il tempo di arrivare con la luce sulla strada principale. Dall’altra i bimbi tirapietre. Decidiamo di aspettare magari il passaggio di un furgoncino ma invano per almeno un’ora. Il paio di macchine che passano neanche prestano attenzione al nostro cenno di fermarsi. Scendiamo praticamente in downhill e per fortuna non ci sono i cinni. Voliamo fino alla strada principale ed all’altezza di un ristorante chiediamo di piantare la tenda. Non c’è problema e ci troviamo con tenda piantata, wi-fi gratis, luce e corrente elettrica per ricaricare tutte le robe elettroniche. Sotto le stelle ceniamo con pane, formaggio fresco alle erbe ed olive. Chapeau!

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Il giorno dopo ci svegliamo prestissimo anche perché nella poca distanza tra il confine iraniano e dove ci troviamo bisogna comunque portare indietro la lancetta di un’ora e mezzo. Perché mezz’ora poi? Mah problemi iraniani.. Il vento è completamente alle spalle e ci aspetta una giornata in polleggio. Cuffie, musica e pedaliamo per cinque minuti prima che altri bimbi corrano verso la strada per essere pronti al nostro passaggio a chiedere soldi. Faccio cenno che con le cuffie non sento e dopo 10 secondi vedo Kemal sfrecciarmi a fianco a velocità supersonica dicendomi che i bimbi stanno tirando sassi e che lo hanno colpito alla schiena. Il discomfort comincia a farsi peso. Ora guardiamo alla strada ed ai greggi in maniera diversa, pronti a scattare. Il vento spinge, la vallata è piena di campi coltivati e di greggi al pascolo. Non succederà più nulla. Di cattivo intendo, tipo cinni che tirano pietre. Salire o scendere non fa molta differenza, siamo dei missili e raggiungiamo velocemente i 2000 metri sul livello del mare. Inizia la discesa e salutiamo per l’ultima volta il monte Ararat che ora si nasconde dietro le colline alle nostre spalle. In un ristorante ci fermiamo e compriamo pane, formaggio, olive e uova da cuocere, poi cerchiamo un posto dove mangiare e lo troviamo di fianco a una fonte. C’è una piccola casetta e davanti un tipo completamente fuori di cranio che canta e che ci dice di mangiare di fianco a lui.

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Kemal cucina le uova dentro alla casetta che contiene un ammasso di cianfrusaglie tanto che si fa fatica a muoversi. Sotto un bel sole caldo mangiamo di gusto mentre arrivano alcuni van per caricare un po’ di acqua per i passeggeri. Sembra che il personaggio sia conosciuto. Ci delizia ancora con qualche canto e poi ripartiamo fino ad arrivare in un lampo ad Agri in cui un amico di un amico di Kemal ci ospita la sera e finalmente mi faccio un bel litrone di birra a 7.5% per far pace con il mio fegato.
Poi a nanna. Kemal rimane sveglio ancora e la mattina alle 6 sono già in piedi. Lui invece è in versione giamaicana e si sveglia con calma ed esce a comprare la roba per la colazione. Prepara un piatto che si chiama Melemè e che è una specie di frittata con pomodori, cipolla e peperoni verdi dolci. Poi come se non avessimo nulla da fare e intonando ogni tanto un “enjoy” sul divano, si mete a scaricare un po’ di musica da youtube sul suo mp3. Finalmente alle 10 (inaudito) usciamo di casa ma non basta. Deve passare per il bazar a comprare, scoprirò la sera, del tabacco. Non sono abituato a partire così tardi e non mi piace dormire quando ho la giornata davanti che mi attende. Poi con sta storia del cambio orario, la luce attacca poco dopo le 5 e alle 18.30 è già buio. Comunque partiamo e dopo 8 km incontriamo un altro cicloviaggiatore di Istanbul in giro da Aprile che ci dà notizie confortanti sulla situazione della strada che ci aspetta, specie per eventuali blocchi legati al conflitto tra esercito e PKK.

Quando pianifico un viaggio, normalmente lo faccio comprando un biglietto mesi prima. La situazione politica e i livelli di sicurezza di alcune aree possono cambiare nel tempo. Sono solo di passaggio nei Paesi che attraverso e molte dinamiche mi sono sconosciute o ne ho una conoscenza spesso abbastanza superficiale. Qui la lotta tra PKK e esercito turco si vede ovunque. Le città in entrata sono controllate da posti di blocco in cui vengono fermate tutte le macchine e i tir. Ci sono postazioni barricate, torrette, sacchi di sabbia impilati e soldati con armi spianate. Le camionette ogni tanto ci sorpassano e ogni tanto qualcuna cade vittima di un agguato dei guerriglieri. In questo momento la situazione è poi particolarmente tesa, con Erdogan che pare voler sferrare un’offensiva senza precedenti contro PKK e YPG (il corrispettivo siriano) identificati assieme all’ISIS come il male assoluto.
Entriamo in un canyon molto suggestivo.

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Il fiume ci scorre a destra. A sinistra villaggetti e case singole con le merde secche delle mucche ad asciugare o già impilate pronte per essere usate come carburante per riscaldare le case nel rigido inverno che si passa da queste parti. Il fieno è ovunque a prendere il sole in comode balle ancora verdine. Ad attenderci a Patnos il solito posto di blocco dell’esercito in cui veniamo fermati più per curiosità che per indagare sul contenuto delle nostre borse. Proprio come alla frontiera. Non vuole essere un consiglio ad un attentatore suicida, ma il cicloviaggiatore ha abbastanza spazio nelle borse per contenere grandi quantità di esplosivo e la probabilità di essere controllati è veramente bassa. In realtà speriamo non venga mai in mente a nessuno sennò poi tutto si complica. Passato il controllo continuiamo a salire e scendere questa terra vulcanica che non ci regala neppure un metro piano. In cima ad un’ennesima rampa ci fermiamo un attimo per riparare la camera d’aria di Kemal e ripartiamo in cerca di un posto in cui passare la notte. In fondo alla discesa ci sono 2 stazioni di benzina. Murat, un cicloviaggiatore che abbiamo incontrato poco dopo il confine ci aveva detto di aver dormito diverse notti in tenda nelle stazioni di servizio.
Nella prima il ragazzetto ci dice che lì non è possibile perché non ha il permesso del suo capo. Attraversiamo la strada e cerchiamo di intenerire un gruppetto di 4 uomini seduti all’ombra che ci guardano arrivare incuriositi. E qui, nuovamente una svolta inaspettata alla nostra notte. Uno dei quattro si alza e ci porta dietro al ristorante in cui c’è una stanza tutta per noi. Niente tenda e riparo comodo e caldo con luce, corrente elettrica, fuori il bagno ed un piccolo baretto in cui ci vengono offerti tè a ripetizione. Ancora una volta parlare con la gente ha rappresentato la svolta. Ciò che più di tutto mi ha insegnato il cicloviaggio e comunque il viaggiare in generale è che esiste una naturale propensione delle persone ad aiutarmi, se solo ho la forza di chiedere aiuto. Quando mi è stato negato è stato sempre con una giustificazione o con mille scuse. Alla notte esco per fare pipì e mi trovo un cielo stellato che mi tiene a testa in su fin quando ho finito.

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La mattina partiamo presto, Kemal ha capito che mi prende male dormire troppo, poi comunque ieri sera siamo andati a letto alle 10. La strada continua nel suo saliscendi fino ad un’ultima cimetta, prima di un discesone, da cui vediamo per la prima volta in lontananza il lago di Van. Stanno rifacendo la strada e la corsia in rifacimento è completamente sgombra da auto ed è tutta per noi. Arrivati al lago giriamo verso destra e raggiunto il primo paese ci fermiamo a far provviste. Entriamo in un panificio i cui sono tutti intenti a impastare e sfornare pagnotte. Al nostro ingresso si bloccano e ci chiedono se vogliamo un tè. Una volta seduti arrivano con pane e un paio di formaggi saporitissimi e praticamente ci risolvono il pranzo in maniera molto più gustosa di quanto avremmo fatto noi. Si mettono in posa per qualche primo piano e qualche foto di gruppo davanti al forno e poi come di consueto stringiamo amicizia su Facebook. Prima di andarcene ci danno un sachettino con del formaggio e un po’ di mele. Salutiamo felici e riconoscenti e dopo 1 minuto che stiamo pedalando uno dei ragazzi ci raggiunge con la sua bicicletta e 4 pagnotte che non possiamo rifiutare nonostante lo spazio quasi terminato nelle borse. Cosa dire? Le esperienze personali valgono come tali, ma quando si ripetono molte volte esperienze di altruismo come questa aumentano e di molto il livello di fiducia nell’altro e allora diventa inutile rispondere alle solite domande su come sono i turchi. Come se lo sapessi. Non riuscirei mai a rispondere alla domanda su come sono gli italiani e ci vivo assieme da più di 40 anni. Io vedo e conosco per lo più persone così nei miei viaggi. Qui, in Iran, Perù, Argentina, Bosnia, Thailandia.. e ancora mi sorprendo.

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Il lago è una meraviglia. Mi fermo quando vedo una mucca riposare a 1 metro dall’acqua e non resisto alla tentazione di andare a scattarle qualche foto. La strada, mi dice Kemal, è molto simile a quella tra Bodrum e Antalya, che sale e scende stando in costa sulla montagna. A me ricorda molto la Sardegna e la Croazia.

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Ad un distributore abbandonato ci fermiamo per provare a contattare un amico di Kemal che abita a Tatvan distante ancora una quarantina di chilometri. In questo momento è libero e ci può ospitare senza problemi. Tatvan è davvero un gioiellino. Pedaliamo sul lungolago  in mezzo alla gente a passeggio che ci guarda incuriosita. Alla nostra destra tanti piccoli baretti con i ragazzi seduti a sorseggiare te e chiacchierare. In uno di questi ci aspetta Halit con i suoi amici. Ci sediamo e ho subito una buona sensazione. Tanto buona che decido di accettare la proposta di rimanere un giorno in più per farci una nuotata nel lago e andare in cima ad un monte da cui dovrebbe vedersi un lago contenuto in un immenso cratere vulcanico. Halit ci porta a casa sua, un appartamento di lusso in cui vive con la famiglia. Ci accomodiamo in salotto. Tutti gli uomini, io, Kemal, Halit, suo fratello, il padre e poi arriverà anche uno zio. Le donne in cucina a preparare una serie di intingoli completamente vegetariani. Si spostano in un’altra stanza e andiamo  noi in cucina. Il cibo è così buono e saporito che forse esagero a rimpinzarmi. Ci trasferiamo nuovamente in salotto, i fratelli spariscono e tornano con semi di girasole e frutta secca, torta, caramelle e tè. Quando diresti che sia finita arriva anche un piatto per ciascuno pieno di frutta già tagliata. Il padre di Halit è una persona molto espansiva e sorridente. Suo figlio per fortuna parla inglese e si riesce a comunicare almeno le cose principali. Che sono single e che non ho figli. Stringo un’aleanza con Halit su cosa dire al padre che è un musulmano con una fede incrollabile. Quando sta per tradurre che non credo in nessun Dio lo stoppo e chiedo per favore di dire al padre che sono cristiano cattolico e che non ho figli ma ne vorrei due solo cha ancora non ho trovato moglie. Halit mi strizza l’occhio e tutto fila con una serie di sorrisi e di ceni di approvazione.

Il giorno dopo mi sveglio già consapevole del ritmo che mi attenderà, ma mi sono ripromesso di lasciare succedere le cose, quindi quando alle 9 ancora non si è svegliato nessuno mentre io sono in piedi dalle 6, non mi faccio prendere dall’ansia. Alle 9.30 la svolta, si cominciano ad alzare tutti e alle 10 stiamo facendo colazione con frittatina, pomodori, cetrioli, olive, miele e formaggio. Usciamo a fare 2 passi, beviamo un tè assieme ad altre decine di uomini che bevono un tè, poi passa un amico di Halit in macchina e partiamo per il monte Nemrut che in realtà è un vulcano inattivo. Il motivo della salita sono i 2 laghi, uno con acqua calda e l’altro fredda, ospitati all’interno del cratere sommitale. Il posto è suggestivo ed è meta di picnic per le famiglie di Tatvan. Scendiamo, compriamo acqua, pane, semi di girasole e un grosso cocomero e andiamo al lago a fare u bagno.

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La spiaggia è piena di immondizia, sportine e cartacce varie ce potrebbero essere comodamente riportate a casa o gettate nel bidone ma che invece vengono lasciate lì come se fosse una pattumiera a cielo aperto. Al ritorno a casa riusciamo anche a fare 2 chiacchiere con la figlia che sembra avere una gran voglia di scambiare qualche parola in inglese.

Stiamo pedalando spesso ostacolati da un vento contrario fastidioso e continuo che però inizia verso le 10 quindi decidiamo di partire alle 7 anche se sono scettico sul fatto che tra colazione e altro ce la faremo. Invece è proprio Halit che ci sveglia alle 5.40 e mi racconta che la famiglia si alza comunque all’alba per pregare e poi tornano a letto. Ma stamattina è il primo dei 4 giorni di Bayram, una festa nazionale in cui si sgozzano pecore e capre. Sai che festa.. Per fortuna mi evito lo spettacolo e ripartiamo per una giornata dai 2 volti. Prima scendiamo in maniera decisa per 800 metri in un canyon impreziosito ad una curva da una parete calcarea di diversi colori da scendono mille gocce d’acqua. Una famiglia sta bevendo tè e ci invita. Una delle 2 figlie ha 2 occhi meravigliosi e chiedo di poter fare qualche foto che poi invierò loro e che probabilmente sono tra i ritratti più belli di tutto il viaggio.

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Alle 12 abbiamo già percorso 80 km e ci fermiamo a mangiare qualcosa. Il vento è intenso e contrario, la strada riprende col suo continuo saliscendi, ma ora a questa quota fa davvero caldo. Ne percoriamo altri 30 poi ci scoliamo un litro di limonata in un minuto, mangiamo qualcosa e ripartiamo per altri 30 cercando alla fine un posto dove dormire e lo troviamo nel posto giusto, al bivio per Diyarbakir in un distributore di benzina con un ristorante. Il padrone non ha dubbi, certo che possiamo piantare la tenda. Se quello che ci serve è solo uno spazio per dormire, terra e cielo sono di tutti e quindi non c’è problema. Tiriamo fuori tutte le sportine con i viveri rimasti e ceniamo seduti comodamente ad uno dei tavolini del ristorante mentre una corriera si ferma di fianco a noi e l’autista si mette a lavare a fondo nel piazzale tutti i sedili.

Alle 5 siamo in piedi pronti per puntare Diyarbakir. Decidiamo per fare più strada e meno dislivello e al bivio giriamo a sinistra pedalando in assoluta solitudine e al fresco delle prime ore della giornata. In breve arriviamo a Batman che qui è senza Robin, la strada curva a destra e riprende sul piano la direzione precisa per avere il vento tutto in faccia.

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Ma è ancora presto e percorriamo velocemente 80 km e alle 10.30 siamo già in un parchetto a mangiare qualcosa. Le persone ad un bar ci invitano per un tè, ma siamo affamati e abbiamo appena preso del pane ancora caldo. Appena seduti un ragazzo ci porta due sedie più comode e due tè. Nel parchetto. Altre 2 persone si avvicinano per fare 2 chiacchiere e benchè non capisca assolutamente nulla di quello che si dicono con Kemal mostrano dei bei sorrisi. Kemal pare sorpreso dell’accoglienza della gente, sempre ai massimi livelli, anche quando scoprono che è turco e di Trabzon, che per ragione che non ho intuito pare essere un’aggravante. Dice che gli abitanti di Trabzon se in città incontrassero un kurdo non sarebbero per nulla accoglienti, anzi.

La giornata è lunga e l’amico a Diyarbakir finisce di lavorare alle 7, quindi ce la prendiamo comoda. Ad un distributore ci fermiamo per una superpausa e si forma subito un capannello di curiosi seduti con noi. Chiedo di mettere in carica il cellulare e con un gran sorriso un ragazzo mi viene incontro offrendomi caramelle e acqua di colonia con cui mi sciacquo le mani. Siamo ancora in Bayram e questa è una delle usanze. La stanchezza dopo un’oretta comincia a prendere il sopravvento e faccio una battuta con Kemal indicando il palazzo di fronte e che potremmo andare a suonare un campanello e magari qualcuno potrebbe darci un letto. Lui traduce ridendo ed è gol! Un ragazzo ci porta davanti ad un rimorchio di un camion, lo apre e dentro ci sono 2 materassi su cui riposiamo per un paio di ore. Ripartiamo verso le 15 con il vento deciso a respingerci. Kemal è in difficoltà, è dietro come un puntino. Lo aspeto ma niente, torna a perdere strada. Mi fermo e lo aspetto in un negozietto e ci beviamo un litro di limonata. Avendo dormito tanto, la distanza che ci separa dalla città è tale che senza fermarci ci arriveremo all’imbrunire, e non vorrei pedalarci al buio.

Dopo la sosta si riprende e ora mi sta davanti come rigenerato. Al cartello di Diyarbakir ci fermiamo per qualche foto e la strada a questo punto fa una svolta che porta il vento a spingerci e tutto diventa più semplice.

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Passiamo il posto di blocco con soldati armati che controllano gli accessi ed entriamo nella città. La capitale, se così si può dire, del Kurdistan è una città come tante altre, con qualche grattacielo, insegne luminose, negozi dappertutto e un traffico non eccessivo almeno quello attraverso cui passiamo noi. Alcune donne indossano un velo diverso, bianco con alcuni lustrini sulla fronte. Molte quelle senza velo. I bambini hanno armi giocattolo e sparano, per fortuna a salve.

Ogni tanto si sentono spari in giro. Un elicottero sorvola la città. Ci sono camionette militari e carri armati che si spostano vicino a noi. La situazione di guerra permanente si sente, ma la gente naturalmente continua la propria vita con normalità, come in qualunque altra città del mondo. Grazie al GPS sul cellulare raggiungiamo casa di Akan che ci lascia un intero appartamento di un amico che ora è via. Saliamo nel suo dove la moglie ha preparato una cena tutta vegetariana. E ciò che è incredibile è che non lo ha fatto per me. Aran è vegetariano! Il cibo è ottimo e anche super piccante

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Usciamo a fare 2 passi e in un negozio compriamo qualche birra per me e Kemal. Akan non beve ma ci tiene compagnia mentre al ritorno a casa gli mostro qualche foto e video del viaggio. La compagnia è così piacevole che decido di fermarmi perchè il giorno dopo il programma è una visita a Mardin, una città ad un centinaio di chilometri molto antica in cui convivono monasteri, moschee e chiese. Il programma prevede anche che ci andiamo in autostop e ci va fatta anche bene.

Il primo passaggio è un signore che però prima deve passare a comprare del grano, quindi finiamo a far su 2 sacchi di cereale

Il secondo è un ragazzo che sta ascoltanto una canzone di cui mi tengo il titolo

Il terzo è un camioncino con il cassone aperto, ci acomodiamo e ci ritroviamo dritti a Mardin

La visita è piacevole, la città di quelle da perdersi nei vicoli. Entrare in un portone o salire una scala e ritrovarsi in un piccolo baretto o in cima a una terrazza da cui si gode la vista su tutta la pianura sottostante. I minareti sorvegliano la città sparsi un po’ in qua e in là.

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Al ritorno bastano solo 2 passaggi e siamo di nuovo a casa. Ci passa a prendere un amico di Akan che offre tutto, dal cibo alle birre ed andiamo in campagna al chiaro di luna a suonare e cantare canti popolari turchi ed anche una versione turca di Bella Ciao. Magico.

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Un po’ mi dispiace dividermi da Kemal, ma sono sicuro che il tempo passato assieme abbia stretto un legame forte tra noi e che non sarà l’ultima volta che ci vedremo. Ora mi aspettano le salite verso la prossima meta che si chiama Cappadoccia.