https://goo.gl/photos/LpcGwXcLvhHApYkv8All’aeroporto monto la bici come sempre avvicinato da curiosi con i quali scambio le prime parole. Solitamente è un’operazione che mi fa sudare come una bestia, stavolta invece il clima secco e fresco rende tutto molto agevole. Finalmente in sella percorro 75 km di strada pressochè piana a parte uno scollinamento, fino a raggiungere la capitale, meno caotica del previsto, anche se il traffico è intenso. Il costo della benzina è molto basso e pare che tutti abbiano una macchina e la usino. Sfortunatamente dimentico di cambiare i soldi all’aeroporto e non ne ho per comprare acqua e ce ne vorrebbe.. alla fine in un parco pubblico   trovo una fontanella ma senza bicchiere e non potendoci arrivare con la bocca come bicchiere uso la coppa della trombetta. Non senza difficoltà tra indirizzi sbagliati e problemi col GPS arrivo al punto giusto in cui dovrei incotrarmi con un amico di un amico iraniano conosciuto pochi giorni prima a Grottammare dai bimbi Saharawi. Chiedo informazioni e a gesti riesco a far comprendere cosa voglio, mostro un telefono e Danial chiama e fa venire Mohsen a prendermi. Intanto il suo amico mi porta da bere e Danial dopo avermi aiutato a cambiare la camera d’aria bucata qualche km prima, mi ragala pure un anello. Mohsen arriva e mi porta a casa sua. Vive solo ma per la sera arrivano anche due suoi amici Mohammad e Meisam con i quali ci divertiamo un sacco a cantare e scherzare di Italia e Iran, paese in cui “tutto è vietato ma puoi fare tutto..”. Davvero un’accoglienza con i fiocchi ed imparo subito che un ospite la mano al portafoglio non la deve mettere mai. MAI. Il giorno dopo mi incontro con Diana ed Elmira due sorelle che parlano italian e che, mentre scrivo sono già a Bologna per studiare la nostra lingua. Chiacchieriamo tutto un pomeriggio, facciamo un giro al palazzo Niavaran ex residenza dello Scia’ di Persia Reza Pahlavi e poi facciamo anche un salto a Darband, una collinetta centro di aggregazione serale della gioventù della capitale. Me ne torno in metro e rifacciamo festa con gli amici. La mattina seguente inizia il vero viaggio. Inforco Bomba e parto prestissim convinto di evitare il traffico ma non se ne parla. Son già tutti in pista. Entrare ed uscire dalle capitali è sempre uno degli aspeti peggiori del cicloviaggio. A me le grandi città in bici non piacciono. E’ come se ci fosse un prezzo da pagare lungo chilometri per assaporare un po’ del centro e spesso non ne vale la pena. Finalmente le indicazioni per Karaj che raggiungo stando nella corsia di emergenza e finalmente imbocco la strada per la montagna. La salita è dolce e nel verde. Ai lati della strada ristoranti e chioschetti che vendono frutta. Pian piano la strada si popola di macchine fino a formare praticamente un’unica colonna. Mi fermo a mangiare un dolcetto ed il padrone della pasticceria si mette a parlare con me in ottimo inglese imparato lavorando sulle navi da guerra da giovane. Mi scrive un bigliettino in farsi (la lingua persiana), che finora mi è stato utilissimo, e che traduce il “non mangio carne, avete qualcosa senza carne da mangiare?”. Prima di andare via un signore esce con un pezzo di pane con formaggio e verdure e me lo porge, poi va via e torna con del pane morbido e me lo mette direttamente nelle borse. Riparto contento del trattamento ricevuto e riprendo la salita che si fa dura. Non mi sono allenato per niente negli ultimi mesi e ora la stanchezza si fa sentire. Mi fermo in un chioschetto e prendo una pepsi bella ghiacciata. Una volta finita mi si chiudono gli occhi e mi si cade la testa. La cameriera mi vede e chiama il padrone, Mansour, che mi fa segno di accomodarmi su una di quelle piccole costruzioni di cui è pieno l’Iran che permettono alle famgilie di stare tutti insieme nello stesso posto. Mi porta coperta e cuscino e appoggia vicino a me la bici facendomi segno di riposare. Ed è proprio quello di cui ho bisogno. Dormo un’ora e quando mi sveglio prendo un’altra bibita da bere e faccio per pagare. Mansour non vuole niente, anzi mi riempie la bottiglia di acqua fresca. Lo ringrazio e prima di ripartire la cameriera mi sta passando di fianco e mi porge una pera. Che roba.. Continuo riposato e col sorriso e dopo un tunnel trovo un posticino vicino al fiume in cui piantare la tenda. Questo viaggio vuole essere un po’ una prova per uno più lungo che ho in mente e nel quale dormire in tenda dovrà essere la regola. La mattina riparto verso la vetta che è a 2900 metri e dopo tanto spingere finalmente arrivo al tunnel che immette nel discesone. Mi fermo prima a mangiare in un ristorante che ha solo zuppe e tutte vegetariane. Perfetto. Qui un pasto costa da 1 a 3 euro. Entro nel tunnel e scendo pedalando veloce verso Chaloos, sul mar Caspio. Mi sta aspettando Nima, un altro amico di amico di amico.. Assieme ad un ennesimo amico e dopo aver riposto la bici a casa della sua famiglia, andiamo in montagna, praticamente da dove ero venuto io. Nima guida per un’ora e arriviamo in questo paesino sperduto in cui ci fermiamo a prendere una pizza che mangiamo poi a casa. La mattina dopo siamo di ritorno in città ma con calma. Riprendo a pedalare a mezzogiorno. Fa caldo ed è molto umido. Raggiungo Ramsar in mezzo al traffico. La cittadina è carina. Mi fermo a cercare dei paletti per la tenda e nel negozio come sempre accade arriva gente. Lo straniero fa da calamita. Un operaio sulla sessantina in tuta da lavoro tutta sporca si presenta come Ibrahim e mi dice essere un alpinista e snocciola una serie di montagne che ha salito. L’anno scorso è stato sull’Elbrus, ma prima campi base Himalayani, Monte Bianco, Matterhorn, Dogubeyazit, Ararat, Kilimanjaro…
A Ramsar trovo un passaggio verso la spiaggia che sembra riparato e pianto la tenda. Prendo un libro, il taccuino e la penna e mi siedo su un sasso in riva al mar Caspio a riorganizzare idee ed emozioni. Il posto è magico. In lontananza coppiette camminano su un pontile e riesco a sentire le loro risa. In tenda normalmente ci entro quando fa buio ed esco con la luce. Qui fa buio alle 20 e luce alle 7. Sono 11 ore e quindi devo trovare il modo di far passare il tempo. Sul PC ho diversi film ed una serie che mi sono preventivamente scaricato ed inizio a guardare le prime 2 delle 8 puntate. Il giorno seguente mi aspetta una pedalata in piano che risulta un po’ noiosa, ravvivata come ogni giorno dai costanti saluti delle persone che incrocio o che mi sorpassano e dagli inviti a bere te delle famiglie appollaiate ai bordi della strada. E’ usanza qui mangiare per terra, stendendo un tappeto e tirando fuori ogni ben di Dio dalla macchina. Ogni famiglia ha una tenda per ripararsi eventualmente da sole e pioggia e ci sono aree attrezzate con banchine di cemento in ogni città, anche se le tende si vedono in ogni dove. Arrivo a Rasht ed il mio contatto di Warmshower non è sicuro di potermi ospitare, e quando mi dice che si può fare ho già preso una stanza in un ostello in centro per 10 euro. Mi va di girare un po’ la città e mi infilo nel mercato in cui scambio 2 chiacchiere con alcuni negozianti e poi mi riporto nella piazza principale. La vita scorre con grane normalità. Devo dire che non avere pregiudizi è un’ottimo punto di partenza nell’osservare le cose ma non è semplice. L’Iran da casa nostra fa sempre parte dell’asse del male o così i media ce lo presentano. Come sempre poi la politica tende a generalizzare, ed io per esperienza personale ho maturato la consapevolezza che le persone tendenzialmente sono buone, rispettose del prossimo e generose, un po’ in tutto il mondo. E’ così che io non sono mafioso pur essendo italiano, accostamento facile facile quando mi trovo all’estero e mi viene chiesto della mafia, come se sapessi cosa rispondere.. Nella piazza le coppiette stanno sedute e mantengono un comportamento diciamo molto sobrio. Niente baci ed abbracci in pubblico. Il velo è portato in mille modi, si va dal modello suora italiana a quello con il velo solo appoggiato sui capelli legati che sembra un po’ come i ragazzini in Italia quando mettono il casco per non spettinarsi.
Da Rasht vado verso il confine con l’Azerbaijan. Pedalo per 174 km e vedo sul GPS un segno di camping in spiaggia. Non ci sono altre strada che vanno al mare, quindi punto li, ma prima mi fermo a bere qualcosa. Ci sono ragazzi che mi fanno segno con la mano. Prendo la mia bibita e mi siedo assieme a loro. Come sempre nessuno sa l’inglese ma ormai ho capito la sequenza delle domande per le quali la risposta è nell’ordine “Italia”, “Bologna”, “yes i’m lonely” “Phisyotherapist”. In mancanza di comunicazione saltano fuori Roberto Baggio, Cannavaro, Buffon ecc. “teacher! teacher!” Capisco che stiamo aspettando il professore. Si presenta un ragazzo che mastica un po’ di inglese e si offre di accompagnarmi al campeggio. Lui in macchina e io dietro in bici. Mentre andiamo mi affianco e mi dice che lui lavora li. Entriamo e mi porta in una stanza freezer in cui arrivano altre persone a creare il comitato di benvenuto. Capisco immediatamente che sono ospite, quindi un letto e da mangiare mi viene offerto. Faccio un salto in spiaggia. Mi indicano a sinistra, perché a destra c’è quella delle donne.. In realtà poi la spiaggia è mista. In acqua come in molti altri paesi che ho visitato la gente entra con i vestiti. L’acqua è bassa e non invita, poi dicendola tutta non è che questo Mar Caspio sia proprio una meraviglia. Doccia e poi vado al “bar” del campeggio e conosco altri amici, uno dei quali ha intenzione di prendere una bottiglia di vodka. Pare che tutti gli amici bevano, ma nelle loro azioni c’è comunque la paura di essere scoperti dalla polizia. Nel campeggio si guardano bene intorno anche se io per sicurezza avrei travasato la vodka in una bottiglia di acqua. Interrompo quindi il mio fioretto analcolico durato appena una settimana scolandomi vodka smezzata con birra analcolica. Sono tutti molto simpatici e genuini. Si scherza senza mai cattive intenzioni o sarcasmi inopportuni.
Altro incontro molto bello nato dall’aver accettato un invito. Mi sono ripromesso di farlo il più possibile, di sorridere sempre e di suonare la trombetta ai bambini.
Parto di buon ora per sfruttare le ore più fresche per iniziare la salita sull’altopiano. 1500 metri di dislivello che mi hanno portato a sudare come mai mi era successo in tutta la mia vita. A un certo punto ero completamente fradicio, mutande, pantaloni e maglietta e vedevo le gocce di sudore cadere una dietro l’altra da gomiti e mento, o scivolare sui piedi per formare un acquitrino nei sandali. Un ragazzo mi vede annaspare e mi viene incontro con un pacchetto di wafer. E’ il padrone di un ristorantino. Facciamo qualche foto assieme mentre la sua famiglia ci guarda divertita, mi regala una bottiglia di acqua fresca e mi risponde che “si puoi stare in pantaloncini corti, sei uno straniero, non un musulmano”. E la situazione così migliora di colpo. Continuo a spingere. Faccio 5 km alla volta e poi mi fermo, fino a che arrivo in cima tra gli sguardi stupefatti della gente che probabilmente non avrà mai visto una bicicletta così in alto. E perchè mai? c’è la macchina.. Assieme alla solidarietà continua dei clacson e delle persone che incrocio e che mi danno il benvenuto in Iran, entro nel tunnel sommitale e dopo 2 km di smog puro e concentrato esco dall’altra parte e scendo in picchiata verso Ardebil. Ci passo in mezzo e mi fermo giusto per una zuppa. Chiacchiero con alcuni ragazzi nel ristorante, poi compro un po’ di provviste ed esco dalla città in cerca di un posto per campeggiare. Tento di arrivare alle terme di Sarein, ma alla svolta c’è un’altra salita e un cartello che dice 7 km ancora. Troppo per le mie gambe stanche. Pianto la tenda in mezzo agli alberi in un’aiuoletta allo svincolo per Sarein. La notte sento qualche gocciolina e la mattina oltre che fresca ed umida mi accoglie con un cielo plumbeo. La nota positiva è il vento completamente alle mie spalle. Ricordo in Peru nel mio vero primo cicloviaggio in solitaria interrogarmi sul da farsi davanti ad una pioggia incessante. Decidere poi di partire, prendere acqua per 2 ore e a forza di salire arrivare sopra le nuvole ed asciugarsi in un istante. Anche qui prendo la stessa decisione ed ottengo lo stesso premio. Si, perché se vuoi guadagnare il sole devi affrontare la pioggia. Nei viaggi in bici tutto ha un costo che è rappresentato dalla fatica, dalla pioggia, dal vento contrario, da salite interminabili. Ma alla fine, superati gli eventi ci si sente più forti soprattutto per avere deciso di affrontare il problema. Per avere preso la decisione. Dopo acqua e freddo, al termine della salita, guardo a valle e vedo le nuvole diradarsi, una bella chiazza azzurra sulla vallata. Da quel punto in poi è una picchiata con punte di 70 km orari ed in piano mai sotto i 40 km/ora. Il vento spinge, la pala eolica che mi guarda è sempre un bel vedere perché significa vento alle spalle e sta tirando veramente forte. Raggiungo Sarab con un bel sorriso stampato in faccia, entro in paese per comprare qualcosa da mangiare e vedo alcuni ragazzi seduti su un tappeto. Vado per chiedere loro un posto in cui mangiare “Ash”, una specie di zuppa molto saporita. Mentre mi avvicino mi fanno segno di sedermi. Neanche mi accorgo che stanno lavorando che chiedo loro se sono di festa visto che è venerdi. Mi fanno segno di girarmi e alle mie spalle c’è un cantiere edile. Sono in pausa, mi offrono te, formaggio e uva, pane e ogni tanto qualcuno mi porta caramelle. Riprendono a lavorare chiedendomi di apsettarli che in 1-2 ore andiamo a mangiare assieme. Naturalmente li aspetto e ne approfitto per stendere la roba bagnata sulla bici e vederli lavorare, arrampicarsi sulle impalcature senza il minimo dispositivo di sicurezza. Dopo circa un’ora scendono i 2 più in alto calandosi attaccati alla fune della gru e andiamo al ristorante. La bici fuori non può stare, metti mai che la rubano e allora me la portano dentro. Mostro loro il fogliettino verde che spiega che sono vegetariano in persiano e poi iniziamo a mangiare e scherzare sugli arabi che pare non siano esattamente ben voluti. Saluto e riprendo la mia strada con l’idea di avvicinarmi quanto più possibile a Tabriz. Faccio una pausa quando vengo invitato ad un te e poi riprendo a pedalare, passo Bostan Abbas in cui faccio provviste ma incontro grande difficoltà a trovare un posto dove campeggiare. Verso le 19 vedo una casa abbandonata e chiedo ad un pastore se posso mettere la tenda dietro. Non so se abbia capito ma mi indica un edificio più avanti. E’ un posto in cui credo pesino i camion. Entro, genero la solita curiosità e chiedo se posso piantare la tenda fuori. Sembra abbiano capito e fanno segno di si, poi uno mi prende la mano e mi accompagna ad una baracca, la apre, mi ci fa infilare la bici e mi saluta. Quando meno me lo aspetto la serata svolta con la possibilità di dormire in una baracca con luce, corrente e un paio di divani malconci ma pur sempre divani. E’ da li che scrivo gran parte di questo post. Fuori un gran vento, qualche cane zoppo che abbaia e il sole che scompare. La mattina seguente parto prestissimo perché voglio raggiungere Tabriz presto perché A. il ragazzo che attarverso Warmshowers mi ospita può solo 1 notte. Il vento è subito dalla mia parte e mi spinge in piano prima di issarmi su una salitona dopo la quale scendo a velocità sonica verso Tabriz. Contatto A. che mi viene a prendere ad una rotonda. Ora descrivere certi incontri meriterebbe pagine e pagine. A. nonostante la giovane età, 27 anni, è stato arrestato durante la rivoluzione verde solo per essersi trovato in mezzo alle dimostrazioni, mentre un uomo in moto con un bastone colpiva alla testa la sua ragazza lasciandola sul selciato senza vita. In 6 sono stati inseriti in un programma di recupero. Lui tra questi. Gli altri arrestati sono stati giustiziati, fatti sparire o giudicati con pene detentive severissime. Il recupero è stato di tipo militare, obbligatorio e lo porta a combattere nel kurdistan iraniano, in Iraq e Siria (Mosul, Kobane, Aleppo..)  come cecchino contro lo Stato Islamico. Ora sta per lasciare l’esercito che gli a chiesto ed ottenuto il pagamento di 30.000 euro come indennizzo per la formazione ricevuta. Cercherà la maniera di trasferirsi per studio in Italia nei prossimi mesi e ripartire. Passiamo un’intera giornata anche assieme ad un’amica parlando della cultura iraniana, del ruolo della donna e di particolari raccapriccianti legati all’esperienza in combattimento ed al suo stato d’animo attuale. Devo ammettere che trovare tanta esperienza, tanta sofferenza e tante vite vissute e sopravvissute in un ragazzo di 27 anni mi colpisce parecchio ed è comunque la gioia e l’arricchimento di viaggi come questo. Fortunatamente il viaggio che A. doveva fare con la famiglia è stato posticipato e il giorno seguente andiamo a visitare Kandovan, una specie di Cappadocia iraniana. In alcuni tratti ricorda Matera. Bellissima giornata come sempre completamente offerta, ma la mattina dopo riparto in direzione del confine. Tra 2 opzioni decido di passare a nord perchè voglio vedere il Monte Ararat. Pedalo intensamente per tutta la giornata su un altopiano dai mille colori, ora variazioni di giallo. Grano, girasoli, usati qui soprattutto per i semi stesi in strada ad asciugare. Mi fermo al bivio e provo a chiedere di campegiare alla mezzaluna rossa. Il signore deve chiedere al capo che non dà il permesso. Ringrazio e riprendo la bici ed arrivo dopo poco ad una delle aiuolette solite in cui si è soliti fermarsi per campegiare e li incontro Kemal, un ragazzo turco di 30 anni con cui decidiamo di percorrere un po’ di strada insieme, sperando di avere un passo simile. La mattina ci metiamo alla prova e più o meno dovremmo farcela 🙂 Lo svantaggio di viaggiare con Kemal è che lui parla turco e la gente intergisce solo con lui, perchè in questa zona di Iran si parla anche turco. Il vantaggio è che ogni cosa è comprensibile e le porte si aprono più facilmente, anche se il suo inglese è pessimo. Pedaliamo tranquillamente facendo qualche pausa in più di quelle che avrei fato io e arriviamo a Maku dove ci fermiamo a mangiare una specie di crescione patate e uova e ci passiamo un paio di orette prima di piantare la tenda in un parco pubblico assieme alla curiosità di una ventina di bambini che ogni tanto vengono allontanati da qualche vecchietto per paura che ci stiano disturbando. Ci beviamo un tè con la gente che è li mentre la vita nel parco scorre normalmente tra adulti che giocano a scacchi e gente a passeggio. La mattina dopo ci svegliamo alle 5 per esere in pista alle 6, visto che la frontiera apre alle 8 e vorremmo evitare le code. E’ una salita di 20 km anche se docle ma che impegna. In dogana tutto liscio e ci troviamo ora alle porte di un’altro Paese e di altra gente da conoscere, la Turchia.